mercoledì 19 novembre 2014

L'amore è la morte

"Credo di avere provato l'amore almeno una volta:
è stato un brivido di buio in una stanza d'affitto, 
è stato trovare il fondo di una morte felice 
e la disperata allegria di non servire a niente
e lacrime e risate 
e l'intenso di carezze più pure. 

Credo di avere provato l'amore almeno una volta
con una donna travolta da correnti di fiume:
bianca e moribonda come una prima comunione, 
libera e buia come i miei occhi tra le dita, 
feroce e dolorosa come la rabbia dell'inferno. 

Credo per un'amore così non ci sia che una volta, 
perchè è allora che il buio si scava la sua ultima tana 
e la confessione dipana le paure di sempre,
in un interminabile abbraccio di donna di fiume, 
nella sua corrente di vita e di stanchezza. 

Credo che un amore così sia negato ai beati, 
perchè è la fiamma di un fuoco che tramanda la morte, 
perchè i beati non sanno le stanze d'affitto, 
hanno paura del buio e delle parole, 
perchè le donne di fiume non son mai beate.

Credo che un amore così non si perda per strada;
gli occhi degli altri, per quanto ti frughino, non sanno capire 
che la dolcezza preziosa che nascondi tra i denti 
è la ridicola e meravigliosa discesa di un uomo 
che impara a non morire da solo". 

L'amore è violento, complesso; è il saper toccare con le mani la morte, spingersi vicino ad essa e salvarsi ogni volta, fino alla prossima volta. 
E se non è così... si tratta di qualcos'altro.
Non ho voglia di conquiste, non m'importa più di piazzarmi nel mondo in una qualche posizione ideale. Nell'amore io ho trovato la morte come un raggio di luce, svestita dal nero degli uomini. E oggi so. Io so che vivrò fino in fondo, con scarsa attenzione a preservare la vita per una vita migliore. 


domenica 18 maggio 2014

.


Io non so esattamente dove sto conducendo questa vita mia, so che ho il mio passo, i miei due occhi, e lo strapiombo dietro di essi. Io so che mi volto, e per tutta la vita mi volterò.


Forse un mattino andando in un’aria di vetro,
arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore di ubriaco.

Poi come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto
alberi case e colli per l’inganno consueto.
Ma sarà troppo tardi; ed io me n’andrò zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.

E. Montale

giovedì 15 maggio 2014

cdt

"[...] ...No, è impossibile; è impossibile comunicare la viva sensazione di una data epoca della propria esistenza - ciò che ne costituisce la realtà, il significato vero - la sottile e penetrante essenza. E' impossibile. Viviamo come sogniamo - soli...".

J. C.

venerdì 9 maggio 2014

Il mio Peppino

Ho sempre creduto che Peppino impastato fosse una persona buona e leale. In realtà non so se lo fu davvero, o se si trattò invece di uno stronzo capace di quella spietata cattiveria umana che contesto da sempre, anche a me stesso. Ma la lealtà, almeno quella, è una cosa che non snatura l'uomo; quindi non vorrei stupirmi nel trovarne qualche caso. 
Ad ogni modo... Peppino. Dicevo: non so che uomo fosse davvero, perché qui interviene sempre il romanzo, la narrazione romanzata, e ci nega una parte della storia, una storia, una delle storie possibili; e ovviamente intervengono la politica e gli ideali. Eppure mi basta sapere che ogni qual volta noi riconosciamo la necessità di darci un riferimento, di trovare un eroe, lo eleviamo così tanto, tutti insieme, da farne scomparire le macchie della fragile umanità. Voglio dire, lo facciamo sempre perché riconosciamo i nostri limiti. In lui, in loro (gli eroi), noi tutti ci purifichiamo e possiamo sognarci trascendenti, leggeri, oltrenoistessi. Tutti, insomma, abbiamo bisogno di credere che esista un bene più grande, qualcosa di migliore di noi. E ben venga, soprattutto se si unisce questo alle scelte politiche. 

Giuseppe Impastato io lo figurerò sempre come un buono, e subito dopo come una comunista, e ancora... come un ragazzo che si è fatto ammazzare due volte: dallo Stato e dalla Mafia. 

Ma scusatemi - e tu Peppino... se sei tra le cose, nell'aria, sulle stelle o tra la terra che calpesto... perdonami altrettanto - io ho e avrò sempre bisogno, più di ogni altra cosa, di pensarti come una persona dalle virtù umane più spiccate di quelle politiche. Ovunque tu sia vorrei dirti che da te avevo imparato, forse con un eccesso di idealismo, che si doveva essere socialisti o comunisti per essere persone migliori, per impegnarci a ricercare virtù che sfidassero i vizi antichissimi delle subalternità tra gli uomini e della legge di forza. E anche se non fosse mai stata questa la lezione, a me piacerà pensarla così, ancora. 

Per la tua vita politica e per la tua morte umana si spendono sempre tante parole, a volte purtroppo a caso, male. Nessuno invece si impegna nella narrazione della tua vita umana e della tua morte politica, credo di capirne le ragioni. Io ho voluto dedicarti un pensiero tutto mio, certamente stonato, certamente poco definito, probabilmente senza troppa consistenza... però mio. 

Per adesso può bastare. 

Ciao Peppino. 

Sebastian Recupero

mercoledì 7 maggio 2014

..

Non esiste qualcosa da fare o dire che sia giusta in assoluto; piuttosto esistono tempi, situazioni e persone giuste per fare o dire qualcosa. Così la penso io. 

Dunque, tra questi miei appunti pubblici, che lascio a qualche lettore perditempo delle mie cazzate, devo annotare la necessità che ho di non insistere a tenermi invischiato in un progetto nel quale non mi trovo più a mio agio. Non è la prima volta che me ne accorgo, non è la prima volta che mi rimetto in strada. Ho sbagliato tutte quelle volte nelle quali ho creduto di poter tornare; in realtà, lo devo spiegare, un progetto comune prevede una comunione di sentimenti, di lealtà, di fiducia, di stima, di reciprocità in generale. Io non provo e non trovo nulla di tutto questo, non più. Ne deduco la semplice constatazione che non è il tempo, non è la situazione e non ci sono persone giuste per fare o dire qualcosa. 
Ricordo altre esperienze, che anche se concluse sempre catastroficamente, furono vissute con altri presupposti: era il tempo giusto, erano le persone giuste. C'era lo spirito giusto. 
Ricordo poi anche altre esperienze come quest'ultima che mi è capitata, e ricordo che semplicemente evitai di scriverne. 

Ora, non mi resta solo che dire queste cose nel luogo giusto e al momento giusto. Domani.

Userò le mie energie, ancora una volta, per fare cose in cui credo, cose che credo più pulite di questo disastro umano, delle nostre ipocrisie. Ho la forza - e troverò ancora gente disposta a unire la propria alla mia - per esiliarmi da questo assurdo mondo ipocrita e ricostruirne uno mio, nostro, ideale, utopico... che viva attraverso le nostre connessioni sentimentali. Avrò la forza di essere migliore, di tentare qualcosa di diverso, di abiurare me ancora, di pentirmi sempre della mia miseria per costruire una bellezza ideale, senza guerre, senza le vere guerre. Se non farò questo, e se non lo farò assieme a gente con cui stringere un'alleanza sincera, la mia vita non varrà un cazzo. E per fare questo non avrò necessità di essere investito di un ruolo salvifico o eroico. Sarà quando sarà, senza chiederci perché.


domenica 4 maggio 2014

Comunque

Mi ricordo. Mi ricordo l'ultima volta che facemmo all'amore. 
Una sera scritta con la penna senza più inchiostro, a tratti scomposti, ricalcati, a vuoto. I corpi nostri come quel tratto di penna: sesso, lasciato svuotare senza che nessuno di noi due avesse febbre di rigenerarsi. Noi, che non fummo mai la "bic", la penna usa e getta, ma sempre stilografica da amare, erotizzare, sessuare, da far figliare.
Una pagina bianca mancata, quella volta lì; eppure densa. 
Mi ricordo ancora quella sera con le risate della stanchezza, con le pene dell'incomprensione.
Spogliarmi non è mai stato così ridicolo: un buco alla calza del piede destro, due buchi alla maglietta sotto al maglione azzurro. E automatismi non di festa, ma di fine lavoro: come spogliarsi per l'ultima volta per gioco della divisa, quando il lavoro è già finito da un pezzo. I buchi quella sera si notavano tutti, rimanevano dentro di noi, ci davano già la sensazione di quanto stesse accadendo: un deterioramento cercato e trovato nella luce piena di un calorifero, quando il calore nostro lo avevamo scrollato di dosso già da un pezzo. Altre sere avevo indossato quella maglietta, altri buchi avevo trovato rientrando a casa tra le mie dita del piede; eppure non sentimmo mai il vento gelido che dal nord dei nostri cuori li attraversava.
Mi ricordo... le resistenze, la luce dal basso, la confusione. Mi ricordo la resa. Sapevamo il bicchiere scheggiato eppur vi brindavamo: più retorica della retorica arrivava la domanda: "e ora?". E ora brindiamo alla nostra imbecillità. Alle nostre fughe. Al nostro amarci e desiderare che l'amore non esista; che non esistano catene, che non esista la comprensione. E ora, ancora una volta, perdiamoci, questa volta per sempre, in qualche modo; diversamente.
Amare è costruirsi un riparo dal mondo, perfino dal leninismo o dal libertarismo che abbiamo predicato senza coerenza... perché non esistono in maniera assoluta dei mondi pubblici che possano essere giusti.  Amare un'altra persona, tenersi per mano è l'unico moto di Rivoluzione.
Amare e amaro sono parole non molto dissimili, chissà perché. E di certo non l'ho scritto solo io adesso, e mi par più banale di quanto non sia. Amaro fu il miele di luglio, scrissi; amara la paura di resistersi oltre quel miele.

Ricordo le coperte di cui non avemmo bisogno mai, fuorché quell'ultima volta: come coprirsi nelle notti fredde di una stanza piena di estranei; e ancora... come svolgere le prove di una casa il giorno prima del trasloco. 
Ricordo quelle coperte, rubate ad un'altra storia, come un segnale di stanchezza; e va da sé.

Una notte sbagliata, delle mille che sbagliammo: senza fiori, senza poesie, senza tetto, in una stanza di una casa che non esiste o che forse esistette troppo male per poter avere ancora una finestra sul nostro mondo, sulla nostra salvezza, per come l'avevamo saputa generare. 

[Del bene non si parla mai, perché il bene non fa rumore].

Così, nelle altre notti senza amore, nel ripensare alla miseria delle vite spese nel troppo commercio con gli altri, all'edonismo che manca di eros, di impegno e di sogno, con l'incapacità mia di tornare indietro rispetto alla qualità della vita scelta ed in parte goduta, sono qui; e mi fermo a scrivere. E scrivendo ancora amo, per l'eternità; senza buchi alle dita dei piedi e nel mio mondo senza macchie nei dintorni dell'anima. 


Dove è il silenzio.


martedì 15 aprile 2014

Holan alla ricerca di una qualche forma di purezza.

No, non andartene ancora, non temere i sussulti,
è l'orso che si apre gli alveari in giardino.
Si placherà. Strozzerò anch'io il discorso
come la fretta dello sperma serpentino
verso la donna dell'éden.

No, non andartene ancora, non abbassare il tuo velo.
Il metilene dei còlchici è divampato nel prato.
Sei tu pur sempre, vita, anche quanto sostieni:
- Anelando, aggiungiamo. Ma l'amore
non ha somiglianza...

V. Holan

mercoledì 9 aprile 2014


Rubo questa poesia perché, stasera, sta bene sul mio diario.

E’ strano che tanto tempo sia passato
dall'annuncio del grande crac:seppure
quel tempo e quella notizia siano esistiti.
L’abbiamo letto nei libri: il fuoco non li risparmia
e anche di noi rimarrà un’eco poco attendibile.
Attendo qualche nuova di me che mi rassicuri.
Attendo che mi si dica ciò che nasconde il mio nome.
Attendo con la fiducia di non sapere
perché chi sa dimentica persino
di essere stato in vita.

Eugenio Montale

sabato 5 aprile 2014

La cultura dell'adesso


" [...] Tutto ciò aveva un significato evidente nella società solido-moderna dei produttori - una società, ripeto, che puntava sulla prudenza e sulla cautela di lungo periodo, sulla durevolezza e sulla sicurezza, e soprattutto sulla sicurezza durevole di lungo termine. Ma il desiderio umano di sicurezza e il sogno di uno "stato stazionario" definitivo mal si accordano con la società dei consumatori. Nel percorso verso questa società il desiderio umano di stabilità deve trasformarsi, e in realtà si trasforma, da principale punto di forza del sistema nella sua principale passività: potenzialmente fatale, e causa di perturbazione e malfunzionamento. Difficilmente le cose potevano essere diverse, poiché il consumismo, in netto contrasto con le precedenti forme di vita, associa la felicità non tanto alla soddisfazione dei bisogni (come tendono a far credere le sue "credenziali ufficiali"), ma piuttosto alla costante crescita della quantità e dell'intensità dei desideri, il che implica a sua volta il rapido utilizzo e la rapida sostituzione degli oggetti con cui si pensa e si spera di soddisfare quei desideri; esso abbina, come sostiene giustamente Don Slater, l'insaziabilità dei bisogni all'impulso e all'imperativo di "guardare costantemente alle merci per soddisfarli". Nuovi bisogni richiedono nuove merci; nuove merci richiedono nuovi bisogni e desideri; l'avvento del consumismo inaugura l'era deIl""obsolescenza programmata" dei beni offerti sul mercato e segnala la spettacolare ascesa dell'industria dello smaltimento dei rifiuti.

L'instabilità dei desideri e l'insaziabilità dei bisogni, e la propensione che esse creano al consumo immediato e all'immediata eliminazione degli oggetti consumati, ben si accordano alla nuova liquidità del contesto in cui le attività della vita si svolgono e si svolgeranno nel prevedibile futuro. Un contesto liquido-moderno è inadatto alla pianificazione, all'investimento e all'accumulazione di lungo periodo; anzi esso priva il rinvio della soddisfazione del suo antico senso di prudenza, di circospezione e soprattutto di ragionevolezza. La maggior parte degli oggetti di valore perdono rapidamente lustro e attrattiva, e se il godimento viene differito, si  rischia di doverli gettare nella spazzatura prima ancora di esserseli goduti. E quando il livello di mobilità e la capacità di cogliere al volo una opportunità fuggevole diventano i principali fattori dell'importanza e del prestigio sociale, le proprietà troppo voluminose sono viste più come una fastidiosa zavorra che come carico prezioso.

Stephen Bertman ha coniato le espressioni "cultura dell'adesso" [nowistculture] e "cultura frettolosa" [hurried culture] per indicare il nostro stile di vita nell'attuale tipo di società. Si tratta di espressioni particolarmente adatte ad afferrare la natura del fenomeno liquido-moderno del consumismo. Possiamo dire che il consumismo liquido-moderno si distingue principalmente per la ridefinizione (finora unica) del significato del tempo.

Il tempo viene vissuto da chi fa parte della società dei consumatori liquido-moderna come qualcosa che non è ciclico o lineare com'era invece per altre società della storia. Esso è invece, per utilizzare la metafora di Michel Maffesoli, "puntinista" o, come lo definisce Nicole Aubert con espressione quasi sinonimica, "punteggiato": contrassegnato cioè da abbondanza di rotture e discontinuità, da intervalli che separano i diversi punti e ne interrompono il collegamento, più che dallo specifico contenuto dei punti stessi. Il tempo puntinista si distingue per la sua incoerenza e mancanza di coesione, più che per i suoi elementi di continuità e coerenza;in questo genere di tempo qualunque continuità o logica causale colleghi i diversi punti tende a essere presunta e/ o desunta all'estremo opposto della ricerca (che avviene sempre a posteriori) di un'intelligibilità e di un ordine,di regola chiaramente assenti dalle motivazioni che inducono il movimento degli attori tra i diversi punti. Il tempo puntinista è frazionato, o addirittura polverizzato, in un gran numero di "istanti eterni" (eventi, avvenimenti,incidenti, avventure, episodi), di monadi racchiuse in se stesse, pezzi separati, ognuno ridotto a un punto sempre più prossimo al suo ideale geometrico di non-dimensionalità.

Come forse ricordiamo dalle lezioni scolastiche sulla geometria euclidea, i punti non hanno lunghezza, larghezza o profondità: esistono, saremmo tentati di dire, prima dello spazio e del tempo; in un universo di punti lo spazio e il tempo devono ancora iniziare. Ma come abbiamo appreso dagli esperti in cosmologia, simili punti privi di spazialità e temporalità contengono un infinito potenziale di espansione e infinite possibilità di esplodere, come attesta (a prestar fede ai postulati della cosmogonia più aggiornata) quel punto fondamentale che precedette il big bang da cui iniziò l'universo spaziotemporale. Per usare la vivida immagine di Maffesoli, oggi "la nozione di Dio si riassume in un eterno presente che racchiude allo stesso tempo il passato e l'avvenire"; "la vita, sia essa individuale o sociale, (è) composta da una successione di adesso, una concatenazione di istanti vissuti con più o meno intensità (...)".

Ora ogni punto-tempo è visto come carico della possibilità di un altro big bang: possibilità attribuita anche ai punti successivi, indipendentemente da qualunque cosa sia accaduta ai punti precedenti, e a dispetto dell'esperienza che si accumula costantemente mostrando come la maggior parte delle possibilità sia perlopiù prevista in modo erroneo o non lo sia affatto, mentre la maggior parte dei punti si dimostra sterile e la maggior parte degli scossoni abortisce. Una mappa della vita puntinista, se tracciata, sarebbe straordinariamente simile a un camposanto di possibilità immaginarie, fantasticate o grossolanamente trascurate e rimaste irrealizzate. Oppure, a seconda del punto di vista, farebbe pensare a un cimitero di occasioni sprecate: in un universo puntinista il tasso di mortalità infantile e di aborto procurato o spontaneo delle speranze è molto alto.

Nel modello puntinista del tempo non c'è spazio per l'idea di "progresso"come alveo vuoto del tempo che lentamente si riempie grazie alle fatiche umane, o come edificio sempre più elegante e alto che per effetto di tali fatiche si innalzi gradualmente dalle fondamenta al tetto, piano dopo piano, ogni piano costruito in modo saldo sul precedente, fino al momento in cui la sommità verrà coronata da un serto di fiori per celebrare la fine di uno sforzo lungo e diligente. Quell'immagine è stata sostituita dalla sicurezza che (come notò all'inizio degli anni Venti del XX secolo Franz Rosenzweig, che la considerava una chiamata alle armi, sebbene all'inizio del XXI suoni piuttosto come una profezia) . O, secondo la recente rilettura di Michael Lòwy dell'interpretazione di Walter Benjamin sulla visione moderna del processo storico, l'idea del "tempo della necessità" è stata sostituita dal concetto del"tempo delle possibilità, un tempo aleatorio aperto in ogni momento all"irruzione imprevedibile del nuovo", da "una concezione della storia come processo aperto, non determinato in anticipo, in cui le sorprese, le chances inattese, le opportunità impreviste possono comparire in ogni momento": ciascun momento, direbbe Benjamin, contiene potenzialità rivoluzionarie. Ovvero, e stavolta sono parole dello stesso Benjamin che echeggiano quelle degli antichi profeti ebraici: "ogni secondo (...) era la piccola porta da cui poteva entrare il Messia". (...)"

Zygmunt Bauman, Consumo, dunque sono, Laterza (2010)

domenica 23 marzo 2014

Scrivo queste righe perché voglio che siano chiare alcune cose, e perché non si sa mai; e certo non perché mi appassioni ciò che succede al nostro corpo dopo la morte. Talvolta, tuttavia, c'è bisogno di questo tipo di testimonianze. Per la storia, anche solo per la storia di qualcun altro, dopo di noi.


Dunque, le mie ultime volontà:

- cerimonia laica in luogo pubblico o privato purché spogliato di ogni simbolo religioso;
- cremazione, se costa di meno che tutto il resto. In ogni caso soluzione meno costosa;
- assoluto divieto di donazione dei miei organi (che credo malati, in ogni caso malati intrinsecamente, di me. Totale distruzione);
- da morto ricordatevi di come ero veramente in vita, pezzi di merda; e non piangete.

martedì 18 marzo 2014

.


Oh cara inquietudine, non dormi; canti.
Tu che hai partorito il vento da questa bocca; 
di questo affanno, questo vento,
che spinge la primavera un giorno più avanti.
Tu non hai pietà, finché non trabocca,
di ciò che prendi, d'ogni sentimento.


On air: No medicine for regret

mercoledì 26 febbraio 2014

notturno

A volte penso "è un bene"
avere tutta la bellezza
e la fantasia sotterrate nell'argilla
dell'inquietudine,
nella calcarea roccia
del disadattamento:
la felicità non è così l'ansia
di affermarsi -
non più del sole è la messa a fuoco -,
ma disseppellire, ritrovare.
Più lungo, però, diviene il morire.

- La bara è fatta per inventare un sorriso
consolatorio,
per noi, sulle spoglie di chi ha smesso.-

A volte non penso più.
Suono il mio p-i-a-n-o-f-o-r-t-e
su questo bianco retroilluminato.
Sotto terra, dall'altro mondo.

Siamo noi che abbiamo tutto
da vincere
e tutto da perdere. La storia
siamo anche noi.

sr


domenica 29 dicembre 2013

Buone feste

"Ogni mattino, quando mi risveglio ancora sotto la cappa del cielo, sento che per me è capodanno. Perciò odio questi capodanni a scadenza fissa che fanno della vita e dello spirito umano un’azienda commerciale col suo bravo consuntivo, e il suo bilancio e il preventivo per la nuova gestione. Essi fanno perdere il senso della continuità della vita e dello spirito. Si finisce per credere sul serio che tra anno e anno ci sia una soluzione di continuità e che incominci una novella istoria, e si fanno propositi e ci si pente degli spropositi, ecc. ecc. È un torto in genere delle date. Dicono che la cronologia è l’ossatura della storia; e si può ammettere. Ma bisogna anche ammettere che ci sono quattro o cinque date fondamentali, che ogni persona per bene conserva conficcate nel cervello, che hanno giocato dei brutti tiri alla storia. Sono anch’essi capodanni. Il capodanno della storia romana, o del Medioevo, o dell’età moderna. E sono diventati cosí invadenti e cosí fossilizzanti che ci sorprendiamo noi stessi a pensare talvolta che la vita in Italia sia incominciata nel 752, e che il 1490 0 il 1492 siano come montagne che l’umanità ha valicato di colpo ritrovandosi in un nuovo mondo, entrando in una nuova vita. Cosí la data diventa un ingombro, un parapetto che impedisce di vedere che la storia continua a svolgersi con la stessa linea fondamentale immutata, senza bruschi arresti, come quando al cinematografo si strappa la film e si ha un intervallo di luce abbarbagliante. Perciò odio il capodanno. Voglio che ogni mattino sia per me un capodanno. Ogni giorno voglio fare i conti con me stesso, e rinnovarmi ogni giorno. Nessun giorno preventivato per il riposo. Le soste me le scelgo da me, quando mi sento ubriaco di vita intensa e voglio fare un tuffo nell’animalità per ritrarne nuovo vigore. Nessun travettismo spirituale. Ogni ora della mia vita vorrei fosse nuova, pur riallacciandosi a quelle trascorse. Nessun giorno di tripudio a rime obbligate collettive, da spartire con tutti gli estranei che non mi interessano. Perché hanno tripudiato i nonni dei nostri nonni ecc., dovremmo anche noi sentire il bisogno del tripudio. Tutto ciò stomaca". 

Antonio Gramsci
1 Gennaio 1916, l’Avanti!


Che questo pensiero gramsciano, come tanti altri, sia ormai consolidato, entrato nella coscienza di molti, o forse di tutti, non c'è dubbio. Quello che continua a farmi riflettere è la nostra gioiosa finzione, la nostra insolente prodigalità, la nostra rassegnazione. Anzi, forse quello che diventa preoccupante è la nostra assoluta partecipazione ai riti antichi con un'inedita volontà di trasformarli e piegarli in ciò che  noi crediamo sia il nostro vantaggio. "Si, capodanno non significa un cazzo, ma noi facciamo festa perché è un'occasione come un'altra in cui ci sono potenziali situazioni di divertimento"- che significa sempre bere e/o scopare -  "Che ci frega, noi fottiamo il sistema così: festeggiando e stando assieme".
E si, la condizione perenne dell'affermazione di vita umana nel 2013/2014 è la festa. Ed oggi è sempre festa, ogni giorno c'è una potenziale festa. Sembra davvero che non sia rimasto altro. Assomigliamo a dei lupi famelici costantemente in cerca di una preda notturna; si perché poi le cose migliori le teniamo sempre per la notte. Ammazziamo le nostre ore di buio oscurandoci ancora di più la vista. Festeggiamo contro questo mondo di merda, non rendendoci conto che il mondo di merda è fatto da noi. 
No, adesso non voglio focalizzarmi sui consumi (non se ne può più di questo mio costante richiamo, per non dire scassamento di cazzo); non verrò a menarvela, inutilmente, sul fatto che mentre noi ci convinciamo di essere felici perché ci sbronziamo e ascoltiamo i concerti rock o di qualche altra musica gioviale, su di noi e sulla nostra esistenza marcia il capitalismo; no, per carità. Vi dirò soltanto che come minimo siamo persone che non hanno le palle; che non sono minimamente interessate a cambiare le cose, se non nei nostri bei proclami ideali e dei finti afflati rivoluzionari. E questo perché non sappiamo dove cazzo andare. Quindi preferiamo perderci dentro il tutto, credendo sia un modo per avere un'esistenza dignitosa, che certamente non ci può essere data dalla privazione. Ci giustifichiamo come si può.

Dalle feste comandate a cui si riferiva Gramsci siamo passati alle feste auto-comandate:  e non mi sembra un grande traguardo. 

Un attimo forse abbiamo pensato che in questa nostra periferia dell'impero ormai il capitalismo si gioca sui nostri vizi, sui nostri ipotetici voli libertari, sulle nostre cirrosi epatiche e sui nostri tumori? Cioè, voglio dire, il divertimento è divenuto un servizio, un servizio fondamentale della società capitalistica. Noi ci vendiamo, siamo venduti e vendiamo divertimento.
Io non riesco a capire, la mia testa non è buona.
Non riesco a capire quando sarà finito il tempo della festa, del sollazzo, dell'individualismo becero e venduto che, fatti due conti, non ci offre affatto questo grandissimo senso di appagamento che noi crediamo di poter ricevere. Anzi, sembriamo tutti un po' più insoddisfatti, costantemente in crisi. 

Per tutti questi motivi penso che ancora una volta dalle cose solide e dalle scommesse giocate assieme con sacrificio possa ricominciare la dignità di ciascuno e di un mondo da non disprezzare più; ancora una volta dalla reazione distruttiva e autodistruttiva si può generare la vita. 
La lotta personale, la resistenza morale e ideale... tutto ciò è solido. Non mi sembra lo siano le urla, il liberarsi a cazzo, i proclami di bellezza. Ed è forse molto più semplice e solida la bellezza trovata per caso, non quella costruita per essere offerta a qualcuno.
Dovremmo imparare a distruggere tutte le certezze, attraverso noi stessi. Dovremmo riconoscere il valore della rinuncia. Dovremmo elevarci, dovrei elevarmi anch'io; ma da domani: per oggi sono troppo impegnato a riempire il mio vuoto con strategie ed idee per 31 sera. 

maledettamente perduto, 
Sebastian Recupero

mercoledì 25 dicembre 2013

..

Sono andati via tutti, adesso. Restiamo io e mio fratello a pulire; anzi in questo momento lui pulisce ed io scrivo queste stronzate.
In sottofondo la canzone che sentirete, il giorno che ci sorprende dalle ampie vetrate interrotte di questo locale. Mio fratello spegne alcune luci, spegne il fuoco.
Io non parlo, sono leggero mentre scrivo. Ho bevuto.
Stasera sono esattamente 8 anni che ci vediamo qui nello stesso giorno, suppergiù alla stessa ora, suppergiù le stesse persone.
Stasera, come da 8 anni a questa parte, abbiamo giocato a carte. Io ho perso, qualcuno ha vinto. Non vinco spesso,io; quando vinco di solito vinco alla grande, quando perdo invece.... perdo alla grandissima. Sorrido.
We came along this road. E soprattutto io sono. Io vivo, da perdente o da vincente, e vivo lo stesso. Da più di 8 anni, per più di altri 8 anni.
Io gioco, io vivo. Io perdo. Io ho vinto: perché tutto questo c'è perchè ci sono io, che pur stasera ho perso. Ed allora diamocelo: i perdenti hanno già vinto, prima di cominciare. Come gli immeritevoli, gli sfortunati, gli ultimi veri. Abbiamo vinto noi, da soli. Senza che la politica o le belle parole si occupino di noi. Buon Natale.

giovedì 19 dicembre 2013

Conversazione in Sicilia

"Io ero, in quell’inverno, in preda ad astratti furori. Non dirò quali, non di questo mi son messo a raccontare. Ma bisogna dica che erano astratti, non eroici, non vivi; furori, in qualche modo, per il genere umano perduto. Da molto tempo questo, ed ero col capo chino. Vedevo manifesti di giornali squillanti e chinavo il capo; vedevo amici, per un’ora, due ore, e stavo con loro senza dire una parola, chinavo il capo; e avevo una ragazza o moglie che mi aspettava ma neanche con lei dicevo una parola, anche con lei chinavo il capo. Pioveva intanto e passavano i giorni, i mesi, e io avevo le scarpe rotte, l’acqua che entrava nelle scarpe, e non vi era più altro che questo: pioggia, massacri sui manif esti dei giornali, e acqua nelle mie scarpe rotte, muti amici, la vita in me come un sordo sogno, e non speranza, quiete. 
Questo era il terribile: la quiete nella non speranza. Credere il genere umano perduto e non avere febbre di fare qualcosa in contrario, voglia di perdermi, ad esempio, con lui. Ero agitato da astratti furori, non nel sangue, ed ero quieto, non avevo voglia di nulla. Non mi importava che la mia ragazza mi aspettasse; raggiungerla o no, o sfogliare un dizionario era per me lo stesso. Ero quieto; ero come se non avessi mai avuto un giorno di vita, né mai saputo che cosa significa essere felici, come se non avessi nulla da dire, da affermare, negare, nulla di mio da mettere in gioco, e nulla da ascoltare, da dare e nessuna disposizione a ric evere, e come se mai in tutti i miei anni di esistenza avessi mangiato pane, bevuto vino, o bevuto caffè, mai stato a letto con una ragazza, mai avuto dei figli, mai preso a pugni qualcuno, o non credessi tutto questo possibile, come se mai avessi avuto un ’infanzia in Sicilia tra i fichidindia e lo zolfo, nelle montagne; ma mi agitavo dentro di me per astratti furori, e pensavo il genere umano perduto, chinavo il capo, e pioveva, non dicevo una parola agli amici, e l’acqua mi entrava nelle scarpe". 

Elio Vittorini

venerdì 13 dicembre 2013

Lettera agli uomini sotto le divise

Agli amici della Polizia di Stato, ai Carabinieri, alle forze dell'ordine tutte.


Scrivo, perché è la prima cosa utile che posso fare. Scrivo perché voglio mettere a posto tutti i pensieri, ordinatamente; ed in modo ordinato comunicare, fuori dal rumore assordante della piazza che si agita, giustamente. Inevitabilmente.
Scrivo, con lo stesso tono che si usa per riconciliare i sentimenti tra amici o tra amanti.
Scrivo a voi, donne e uomini al servizio di questo nostro Stato italiano, perché è il momento della verità, della schiettezza, della comprensione condivisa e soprattutto, perché è il momento della riconciliazione.

Questo nostro tempo di trasformazioni e di frammentazione è il tempo in cui una fase storica, quindi economica e poi politica, volge al termine. E come sempre nella storia, nell'approssimarsi della fine di un modello organizzativo, di un periodo tutto sommato stabile, regna inevitabilmente la paura e il disorientamento. Non voglio farla lunga, ma mi sia concesso spiegare cosa sta succedendo, secondo me, con i pochi strumenti che possiedo.

C'è stato un tempo in cui, dopo le macerie della guerra, dopo le privazioni materiali ed immateriali dell'inizio del secolo scorso, e dopo il grande abbaglio fascista, la comunità nazionale è stata rifondata politicamente attraverso le istituzioni e la Costituzione repubblicana. E' stato l'inevitabile processo di riassestamento dopo un periodo da dimenticare, favorito dai nuovi equilibri internazionali, dall'azione, dal finanziamento e dalla tutela degli americani. E' stato il risveglio di tutte le attività produttive e culturali di una nazione che non è mai stata veramente tale. Ma in tutta questa esplosione di vitalità, economia e anche di duro scontro politico, si andava cementando - purtroppo nascondendo malamente, come la polvere sotto al tappeto, tutte le contraddizioni sociali - la cultura piccolo borghese, e la cultura consumistica, come denunciava sempre Pier Paolo Pasolini.
Attraverso l'idea di benessere, quindi di capacità di consumo degli individui e delle famiglie, s'è fatta l'Italia. Abbiamo cominciato a credere, anche noi che non eravamo pronti, che fosse più importante essere ricompensati in denaro, con aumenti dei salari e degli stipendi, di quello che ci veniva tolto umanamente. E ci veniva tolta la nostra vera libertà di essere, di scegliere cosa fare della vita, del nostro tempo. Già, il tempo. Il tempo diventava velocemente una condizione legata alla nostra attività di consumo. Ed il consumo diventava la forma della società e della socialità.

Abbiamo pensato a lungo - e molti di noi lo pensano ancora oggi - di potere esser felici così. Ma guardiamole quelle nostre ipotetiche felicità: a rincorrere il possesso di qualcosa, spesso per poterlo vantare; a cercare una sicurezza pressoché assoluta in un posto di lavoro fisso e poi a sentirci, sicuramente, come gli ingranaggi di una macchina, anonimi; o ancora a costruirci una casa piena di oggetti inutili e molto spesso vuota di grandi passioni, di grande ambizione, di vita; a cominciare a pensare in termini di "tempo libero" e "tempo occupato", come se fossimo degli automi; per di più a spendere spesso il nostro tempo libero in attività votate a consumare: dal lunedì al venerdì/sabato lavoro, ogni sera televisione (poi sempre di più facebook), venerdì cinema, sabato la pizza fuori con la famiglia e qualche amico, domenica le partite in tv e poi, magari, un giro al centro commerciale. Tutte le settimane, per anni e anni. Felicità, morte insomma.
Quell'illusione della stabilità consumistica e del benessere hanno avuto un costo molto elevato:la complessità sociale e le difficoltà dei popoli d'Italia vennero tenute a bada da una politica che aveva imboccato una strada oramai senza uscita (quella dell'americanizzazione, dell'europeismo economico), attraverso la creazione di debito pubblico, la corruzione, l'assistenzialismo.
Ma non è solo questo il problema. C'è qualcosa di più.

Il mondo si trasforma molto più velocemente che in passato, la tecnologia ha consentito una sempre più forte globalizzazione. Non esiste più lo Stato, se non sulla carta. Non ha più senso l'idea di nazione. Il mondo tende ad essere una rete fitta di relazioni e comunità immateriali.
Cioè, voglio dire che se vi fermate un attimo a riflettere, noterete che i confini non esistono più e che il fatto di abitare assieme in un determinato luogo non porta automaticamente alla creazione di una comunità. Anzi, guardiamo noi, il nostro essere, la nostra presenza materiale e "spirituale" nel paese in cui abitiamo. Io guardo al mio paese, Patti, e mi domando: cosa vuol dire essere pattesi oggi? Cosa mi unisce davvero e necessariamente con gli altri abitanti del mio paese? È una risposta dura la mia: significa solo l'evocazione di una presunta storia gloriosa e la retorica; o, in ultima analisi, lo status giuridico di residenza in un comune denominato "Patti".
I miei legami veri, i miei interessi, le mie aspirazioni, sono altrove. Probabilmente, nel 2013, potremmo sentirci più in sintonia con un cittadino cileno, o islandese. Ed è normale, direi... naturale.
Cambia tutto: il senso dell'esistenza, il modo di guardare al mondo, il modo in cui intendere le relazioni sociali, l'idea di lavoro, l'idea di politica. Crollano le gabbie mentali della religione (ed era ora), perde di significato (anche qui: finalmente!) l'istituto matrimoniale - così da evitare di fare una cazzata giusto perché c'è una forma che qualcuno ci ha imposto di seguire -, cambiano le forme dell'organizzazione sociale, cambiano le abitudini, cambiano i costumi.

È importante spiegare che tutte le trasformazioni in atto sono mosse dall'economia, in un circolo vizioso dove abbiamo bisogno di qualcosa di sempre nuovo perché il mercato ci offre qualcosa di sempre nuovo. Un altro mercato, poi, ci ha offerto da tempo l'opportunità di avere quel che desideriamo, anche se non è possibile averlo: è il mercato finanziario. Oggi questo ha raggiunto dimensioni così imponenti da aver creato praticamente un mondo parallelo: un mondo di carta.
Quello che bisogna capire è che la politica oggi non risiede più negli Stati - che come ho già detto, sono svuotati del loro significato storico - ma nei mercati, ed in particolare in quello finanziario. Il Parlamento e i governi, praticamente, non decidono più nulla perché sono vincolati dalle leggi economiche, e non tanto dall'Unione Europea che, seppur dotata dell'ultimo brandello di potere politico tradizionale, è solo un'esecutrice di quelle leggi, e ne comanda l'attuazione in tutti gli Stati.

In tutto questo cambiare, in mezzo alle trasformazioni di cui spesso non capiamo bene il significato, non cambiano (perché è effettivamente difficile, farle cambiare) le istituzioni, né le forme della politica; non cambiano, e noi continuiamo a votare pensando che si possa fare qualcosa di rivoluzionario da dentro le istituzioni, e al massimo ce la prendiamo con i politici corrotti. Non è così: non si può rivoluzionare nulla dall'interno, e non è vero che il problema siano gli stipendi e gli sprechi della politica. Sono piccolezze, credetemi; cose che ci fanno chiacchierare e incazzare come per una partita di calcio. Ed è odioso pensare che ci interessa di più difendere un inno e una bandiera nelle piazze, invece che riprenderci la nostra dignità, la nostra umanità.
Ma, amici delle forze dell'ordine, non è nemmeno vero che è solo difendendo lo Stato si difende la democrazia. Io, sinceramente, non sono un appassionato di democrazia (che è l'utopia più forte di ogni tempo, quindi costitutivamente irrealizzabile) ma devo affermare che sento di avere la certezza che nessuno può imporre un sistema autoritario "giusto"; perché è il concetto stesso di giustizia ad essere variabile; perché forse è giusto tenere in considerazione la diversità di ciascuno. E mi piacerebbe parlarvi, ma lo farò in altra sede, della mia idea di democrazia comunitaria.
Ad ogni modo qualsiasi forma di democrazia oggi è messa in pericolo dal permanere dello Stato, notabile dei mercati, e di una Unione Europea promotrice di politiche di austerity per la stabilizzazione di un sistema economico che vede noi tutti, ancora una volta, umiliati e offesi. E lo siamo tutti quanti: anche se voi agenti di polizia o carabinieri o guardie di finanza, o militari insieme ad altre categorie di lavoratori dipendenti, riuscite, con uno stipendio misero, a campare e a tenervi all'asciutto ancora un po', mi chiedo come vivrete tra alle macerie sociali, che senso avrà la vostra vita in mezzo alla disperazione e alla morte; alla disperazione e alla morte che saranno servite per salvare uno Stato inutile e allo stesso tempo un'economia alienante, che rincoglionisce noi di falsi miti e arricchisce sempre i più furbi.

Uso il "voi" solo per distinguerci rispetto i nostri attuali ruoli sociali, attribuitici dalla società capitalistica. E' l'economia che attraverso la politica ci divide; ci fa dimenticare che in fondo siamo tutti uguali, che viviamo gli stessi malesseri, abbiamo gli stessi istinti e le stesse passioni. Che siamo tutti quanti esseri umani; e tutti tragicamente sfruttati. Invece succede che quando ci troviamo in piazza ci insultiamo e ce le diamo di santa ragione. A questo proposito vorrei segnalare che gli stronzi ci sono nei movimenti e nelle forze dell'ordine; ci sono nel mondo, in generale. Ma la gran parte di noi, che non vuole essere stronza, deve trovare il coraggio di parlarsi e di superare gli abusi: quelli di potere dovuti alla divisa e all'idea di ordine autoritario; quelli di acculturamento e spocchiosità dovuti ad un percorso di vita borghesemente universitario o indipendente e senza responsabilità.
Vorrei dire che purtroppo gli scontri - ad esempio sulla Tav, o nelle Università - ce li dovremo sopportare ancora: perché la Polizia fa la polizia e i ribelli devono essere ribelli e non devono affatto andarci piano. Eppure... se si guardasse a quelle manifestazioni nel contesto di quello che ho descritto poco fa, se si aggiungesse che è proprio il rifiuto di questa società che ci spinge ad attuare quelle proteste (contro la Tav significa: basta speculazioni, basta alta velocità e ricominciamo ad andare con calma, basta grandi opere che servono solo al sistema dei ricchi, basta sfasciare l'ambiente col cemento) si potrebbe dialogare, e forse togliersi i caschi per sempre - e in tanti.
Quindi voglio usare ancora un "noi" che comprende anche gli amici sfruttati e umiliati delle forze dell'ordine. E voglio dire che questo ordine, che le istituzioni politiche vogliono continuare a difendere, serve a tutelare gli interessi di certe lobby, di certi milionari, di certi privilegiati che oltre ad essere diventati ricchi spesso con modalità abiette, lo sono pure troppo. E' questo l'ordine dove noi poveri disgraziati annaspiamo e tiriamo a campare. In questo ordine siamo divisi, e non ha senso. 
Tutti assieme, innanzitutto aprendo un dialogo e prendendo coscienza, possiamo fare qualcosa di importante: testimoniare e imporre il nostro dissenso. Uniti si fa la differenza e nessuno resta solo.





venerdì 12 luglio 2013

.

 

"È vostra questa pianta dono del creatore

A lui salga la lode, voi che pagate crudele salvatore

In alto trasparente denso il cielo immobile vicino 

In basso umide nuvole rumore 

Di foresta lontano, lontano, lontano 

Renderà sopportate fame fatica orrore 

Le vostre sofferenze allevierà amate creature 

Vi terrà compagnia quando sarete soli di necessità 

Per ultimo non ultimo li polverizzerà 

Per ultimo non ultimo li polverizzerà".

martedì 9 luglio 2013

Appunti sulla globalizzazione del Papa.

Ieri il Papa, Francesco I, si trovava a Lampedusa.
La ricerca simbolica di luogi, mezzi ed azioni per fare rivivere il tema della fratellanza universale e della carità, nell'ambito del nuovo corso da ONG che la Chiesa romana vuole darsi per rimanere in vita in questa fase di interregno politico, mi sembra segnare un successo di grande importanza per l'organizzazione e la politica vaticana. Un successo della Chiesa senza Palazzo, ovviamente. Mentre il palazzo brucia o si rimpie di muffe. 
Trovo questo pontefice particolarmente interessato alla trattazione sociologica e politica, al contrario del suo predecessore, impegnato nella dottrina, nella teologia e nella gestione degli equilibri organizzativi. Ed in particolare di Francesco colpisce il richiamo alla "globalizzazione dell'indifferenza". Così si è espresso proprio ieri, a proposito della nostra relazione con l'Altro versione "straniero", nel ricordo delle vittime di povertà, insoddisfazione e sofferenza che tentano, spesso pagando con la propria vita, di approdare ad un mondo più confortevole: il nostro. Quindi io direi - ma non so il Papa - di quei "sottoconsumatori" con accessori determinati: differenza, intraducibilità ma anche fascinazione, inesperienza, sogni palsmati sul nostro modello e democraticamente venduti.
Oggi tutti i giornali fanno richiamo a quell'espressione usata dal pontefice. E Giuliano Ferrara ci dedica maggiore attenzione, scrivendo con cortesia a sua santità che forse, involontariamente, ha usato il termine sbagliato: perché la globalizzazione - dice l'Elefantino-puttana - è l'antidoto all'indifferenza. Ed in qualche modo ha pure ragione, non sapendo, come al solito, quello che dice.

Ad ogni modo, per quanto possa sociologizzarsi l'esperienza politica del Vaticano, non ci siamo ancora: Francesco dovrebbe sapere che da tempo si è cercato di definire la globalizzazione come "processo di mondializzazione di pratiche legate ad un modello politico particolare, quello capitalistico". L'indifferenza è già insita in questo processo, per altro con un significato diverso da quello che sembra voler comunicare lui. Essa si è accresciuta nel corso degli ultimi 30 anni proprio per l'aumento delle differenziazioni e poi per il crollo del significato dei confini, dell'idea di nazione, della cittadinanza nazionale, ma anche della comunità in generale; crolli dovuti principalmente alla globalizzazione, che ha avuto come conseguenza il comportamento tipico della "fortezza assediata", cioè di chi crea o marca le differenze. Una sorta di unione intesa a trovare qualche forma di certezza in una società ormai liquida, incerta, individualizzata, post-materiale. Tentativo piuttosto risibile, vaquo. Resistenza comprensibile storicamente ma destinata a breve vita. Adesso che ci si mette pure il Papa poi...

Il Papa che comunque non la dice tutta, o, peggio, la dice male: "globalizzazione dell'indifferenza": posto che abbiamo una linea guida interpretativa sul significato di globalizzazione, dobbiamo chiederci cosa sia questa indifferenza: in-differentia, senza differenze. Quindi un comportamento che non opera preferenze, non giudica o non riconosce le differenze, il quale, certamente, finisce con l'avere delle conseguenze politiche.
Supponendo che Francesco volesse usare l'espressione "mondializzazione" o molto più banalmente "diffusione mondiale sistematica" invece che l'inappropriato "globalizzazione", vorrebbe dire che si è compiuto un processo mondiale di annullamento delle differenze, o di mancato riconoscimento delle differenze. Questo fenomeno se è vero, è vero all'interno. Ma esiste ancora un esterno. Quindi non è quello il problema: semmai quel che ci interessa è che all'interno si è compiuto un processo di esplosione delle differenze, un loro aumento numerico esponenziale ed una maggiore esposizione ed accettazione che conduce, secondo la logica seguita da Jean Baudrillard, all'indifferenza; cosa che ha portato ciascun individuo, a causa dalla globalizzazione capitalistica, a sentirsi più incerto (in mezzo ad una moltitudine di modelli, e con l'obiettivo assegnato dal sistema, cioè autoattribuirsi un ruolo in società, farsi da sé, differenziarsi) e ha consentito agli Stati - pur di continuare ad avere un ruolo nell'ipermodernità - di marcare alcune differenze in difesa degli individui, all'esterno. Una "ri-differenziazione", insomma.

E nemmeno se si stesse parlando di indifferenza nei confronti delle sorti di queste persone potrei trovarmi in accordo: c'è la nascosta, più o meno velata, alle volte evidente volontà degli abitanti assediati di sbarazzarsi in tutti i modi possibili degli assedianti, unici nemici con cui prendersela... perché umani. Il capitalismo invece è un misto di idee, sentimenti, numeri... è astratto: molto più difficile opporvisi.
Anche qui,  dunque, non c'è indifferenza... per le sorti degli altri, non potendosi ritenere sufficiente la mancata determinazione o conoscenza delle conseguenze concrete del respingimento o della mancata accoglienza o del tentativo di fuga di ogni singolo immigrato per poter dire che si è indifferenti.

Ora, io direi così: siamo innanzi a trasformazioni sociali, favorite dalla globalizzazione del capitalismo, che hanno condotto a reazioni naturali del tessuto sociale ancora sottoposto alle categorie ideali della modernità che stanno per esaurirsi; queste reazioni, come la ricerca di nuove differenze, sono diretta conseguenza della individualizzazione, della proclamazione della presunta libertà di scelta dell'uomo-consumatore in luogo della responsabilità sociale e della lotta per l'autonomia, istanza non più opponibile. 
Direi che siamo semplicemente in piena globalizzazione, con tutte le sue conseguenze, e con l'aggravante che la tecnologia rende più veloce ed efficace, da un lato il processo di fascinazione nel confronti della società dei consumi da parte dei migranti di oggi, dall'altro l'impoverimento materiale e culturale delle terre di origine. 
Ma anche qui ci troviamo di fronte ad una rottura: probabilmente l'esplosione del mondo occidentale - per adesso solo ritardata - produrrà fenomeni di globalizzazione totalmente differenti, ed un mescolamento non più unidirezionale periferia->centro, ma la creazione di centri e periferie diffuse, o forse solo un più ristretto centro ed una periferia globale. Però credo sia presto per parlarne, e sono certo di non avere gli strumenti necessari per farlo. 

Per tornare al Papa, mi pare che il Corsera abbia tradotto pressapoco "no alla globalizzazione dell'odio". Espressione certamente più felice, almeno da una parte: perché l'odio, generalizzato, ha il pregio di essere espressione che si presta a meno equivoci, anche se non del tutto condivisibile. E tuttavia... odio nell'ambito della globalizzazione, non come suo oggetto.

Da Francesco mi aspetterei un no alla globalizzazione capitalistica, insomma. Ma come dimenticarci che lui, di lingua spagnola, argentino per mano dei conquistadores, è uno dei principali esempi della globalizzazione e che la Chiesa ne è addirittura uno dei principali protagonisti? L'evangelizzazione compiuta nel XVI sec. nel Sud America, è un fenomeno conciliabile e riconducibile alla diffusione del capitalismo. D'altronde i conquistadores oltre che servire Dio, avevano dichiarate intenzioni di arricchimento.

Ma aspetto la prossima puntata del Papa versione "social" per capire che piega sta prendendo la caduta della Chiesa come istituto secolare e modernizzato.

domenica 7 luglio 2013

Di tutte le morti, di tutti i suicidi.

Dispensami dal tempo al quale sei sfuggito
staccami da dentro la tua vicinanza
come le rose rosse all’imbrunire
si staccano dalla morbida unione delle cose


a giusto omaggio e ad amara voce
rinuncio lieto e al rosso delle labbra
combusto dal bagliore nero dei capelli
che purpurei ombreggiavano la fronte degli affanni


mi sia pure negata anche l’immagine
d’ira e di elogio come a me li offristi
l’incedere con cui portasti regalmente


il vessillo del quale leggi il simbolo
se solo in me il tuo sacro nome erigi
come amen infinito senza effigi.


W. Benjamin

martedì 25 giugno 2013