lunedì 7 gennaio 2013

Le battaglie sociali ed io


A lungo, nella mia vita, ho avuto molte cose da dire, molte cose da fare. Ho fatto e detto molte cose. Poi, di colpo, mi son fermato. A dire il vero non è la prima vota che mi accade: questo senso di vuoto, di inutilità, di spaesamento, questa condizione prenichilista, tutto questo mi ha già accompagnato in tante transizioni della mia esistenza. Ma la passione politica fino a ieri era sempre rimasta ancorata dentro di me. Poi, a ventiquattro anni, ti svegli dal tuo stato di stordimento sentimentale e non c'è più nemmeno quella. Perché? 

Due direttrici diverse che alla fine si congiungono. 
Da un lato l'impossibilità, avvertita in modo sempre più incalzante, di poter cambiare l'organizzazione sociale e culturale con un'azione politica tanto di tipo riformistico-istituzionale, quanto riformistico-movimentista. Di più... la difficoltà di approntare una rivoluzione in senso tradizionale, otto-novecentesco.
Impossibilità perché, per via istituzionale, non si può delegittimare il corso delle politiche, del diritto, della organizzazione internazionale con gli strumenti offerti da questo stesso sistema; per via movimentistica, perché la lotta sulle contingenze è prevista, accettata ed addirittura istituzionalizzata dal sistema e non si riesce a lanciare un'azione globale di cambiamento. Per quanto certi risultati (sempre contingenti) appaiono come delle vittorie, essi sono fagocitati e digeriti dal sistema in men che non si dica.
E poi... la rivoluzione con l'affermazione del socialismo a livello continentale, e via via globale, appare forse un po' troppo ambiziosa (anche se resta la soluzione che moralmente condivido di più) nel mondo totalmente trasformato dalla globalizzazione e dallo sviluppo della tecnologia. 

L'altra direttrice del mio smarrimento, attraversa vie personali; quindi umane, antropiche. 
"Paradossalmente il sistema capitalistico è quello che si avvicina di più alla realtà dei rapporti di forza tra gli uomini ed alla loro natura" mi disse un mio amico l'altra sera ad un concerto. Ora, lungi dal voler in queste sede contestare con mille ricognizioni teoriche la fondatezza di questa ipotesi, personalmente mi devo dire contrario. Ma non posso del tutto ignorare che, se la missione della modernità, fondata sulla nascita del capitalismo nel 400, era [ed è] il trionfo dell'uomo sulla natura, cioè un più marcato antropocentrismo, la ricerca di potenza e il tentativo di affermazione ideologica (o religiosa) in essa contenuti mi sembrano mutuati dal micro (o macro?) sistema delle relazioni umane. Dove voglio andare a parare? Al fatto che l'esclusione sociale, quella vera, non avviene solo per motivi economici, politici, ideologici, o religiosi; piuttosto essa ha a che fare con la propria competenza a trovare spazio all'interno di un gruppo sociale. Cioè, voglio dire, mi pare chiaro che la concorrenza di cui si parla quando ci occupiamo di economia, impresa, commercio tout court, sia stata carpita dalle caratteristiche intrinseche dell'umanità e trasformata in modello di sviluppo politico totale. La competizione a livello umano e sociale, la tensione ad affermarsi e ad escludere, non mi pare sia un'invenzione figlia di retaggi di un primo e superato darwinismo quanto, e piuttosto, una realtà fattuale riscontrabile oggi esattamente come migliaia di anni fa. 
Un altro mio amico, un movimentista espatriato in un paese molto movimentista, libertario e gioioso: " Quegli sfigati di lotta comunista che non capiscono un cazzo del marxismo, me li ricordo lì con il professorino che ti volevano inculcare delle idee e basta. Il professorino che ti diceva che drogarsi è sbagliato e poi aveva in bella mostra il pacchetto di Camel gialle, secondo me doveva essere un frustrato". Bene, io credo che su certe contraddizioni degli uomini e dei gruppi politici, come quelle emerse in questo caso [anche se ognuno di noi dovrebbe badare con lo stesso fervore alle proprie], dobbiamo essere tutti d'accordo con il mio amico; anche sul fatto che una visione ortodossa del maxismo-leninismo sia troppo statica e religiosa, si può convenire [ ma su questo mi permetto di non avere le idee chiare]; ma... quello che ho pensato e detto subito è stato: "sfigati?" "frustrati'?" - "ma perché?".
Perché questo linguaggio insomma: da dove proviene? E', evidentemente, il retaggio di qualcosa di incancellabile. Di profondo.
Mi ricordo di quando cominciai a frequentare per le prime volte gli ambienti politici della sinistra messinese. Io, al tempo, mi definivo semplicemente "socialista". Ero stato anche inscritto al Partito che si chiama "socialista". Invece lì, tutti erano, o si dichiarano a vario titolo, "comunisti". Ci può stare che la parola con la quale io mi identifico evochi qualcosa di disgustoso, di ambiguo o solo di spurio, di incompleto. Ci può anche stare che io sia in torto nella comprensione di una visione ideale , ideologica o solamente filosofica. Ero figlio di un Dio minore, ma io stavo lì: con i "comunisti", quasi tutti i giorni. Avevo fiducia, li rispettavo, avevo voglia di ascoltarli e anche di disciplinarmi alla vita del partito, come fosse una famiglia. Eppure restavo "il socialista", ed ero guardato con gli occhi del dubbio. Solo con molta pazienza riuscii a integrarmi e farmi rispettare (un minimo) nella mia umanità semplice ed ingenua. 
Poi però la realtà del partito, tra congressi ed elezioni, si fece più stringente: le logiche interne - di cui non vi racconterò, ma che sono quelle tipiche dell'oligarchia di partito (per dirla alla Michels) - mi fecero successivamente allontanare in modo definitivo da quello che sembrava poter essere un modo nuovo di fare la politica ed invece si mostrò sempre più vecchio. 
Mi avvicinai al movimento universitario, per un brevissimo periodo. Fini una sera di occupazione - occupazione alla quale, in realtà, per dovere di cronaca e per rispetto di quelli che l'hanno portata avanti, io non partecipai mai attivamente - alla frase pronunciata da un occupante dopo una mia risposta negativa: "questi giovani rivoluzionari di oggi [credo di avere la stessa età del ragazzo] non hanno più manco una cartina lunga. Ecco perché le cose vanno male". Ovviamente non sono così imbecille da dedurre da questa cosa un sentimento generale o lo spirito di un'azione politica; ma certamente le parole hanno un peso. E soprattutto hanno un motivo. 
Per una serie di occorrenze e sentimenti contrastati, mi accorsi che quella non era la rivoluzione che volevo fare io.
Così, mentre tutto il mondo viveva la sua crisi economica e la sua crisi strutturale, mentre i rapporti economici e sociali, in Italia e nel mondo, rimanevano gli stessi, io mi ero perso. 
L'ultima prova attiva, in quel periodo, fu la mia partecipazione alle elezioni amministrative di Patti con un movimento, che però tutti sanno essere stata una partecipazione troppo idealistica e poco concreta. In effetti non credevo più nel potere costituzionale-istituzionale, e predicavo un cambiamento che non poteva essere contenuto all'interno delle gabbie elettorali. Fu un fallimento per tanti, ma soprattutto un mio fallimento personale. Poco durò l'effetto della "vittoria" referendaria per l'acqua pubblica: azione che rivendico ma che, oggi, forse non rifarei, alla luce della presunzione della mia visione strutturalista e del mio buio interiore. 
La crisi. La crisi, tra il 2011 e il 2012, era entrata dentro di me. E' la mia crisi. Ed è politica? 
No.
E' una crisi più profonda, che ho realizzato a cominciare dal marzo del 2012: l'avversione totale verso qualsiasi forma di antropocentrismo come incipit, e la sfuducia generale nella natura umana come fine. 
Un uomo in crisi, che, come me, non vuole vergognarsi di non avere momentaneamente certezze, finisce abbandonato a se stesso. 
Corollari? Se crolla la fiducia nel cambiamento, nella possibilità di sovversione rispetto a qualcosa che ci opprime, si comincia a fluttuare senza corrispondenze in una realtà già di per sé liquida; perdi la tua capacità di tenere le redini di tutti gli elementi della vita. Così è stato per me. 
Instabilità personali, economiche, e affettive non riuscivano più ad essere ancorate alle mie poche certezze, perché nel frattempo esse avevano smesso di esistere. 
E così ho passato, e passo ancora, uno dei periodi più delicati della mia vita. 
Sono solo, si. Per colpa o per destino, oggi sono solo.
E non mi va di stare al passo, di tenere testa alla velocità della moda, del gusto, del pensiero, dei vezzi culturali. Non mi va più di accettare un ruolo da protagonista per una realtà strutturalmente ipocrita: tanto nella politica, quanto nella semplice vita relazionale. 
Non accetto il perbenismo e la razionalizzazione della politica di partito, né l'eccessivo afflato artistico e poetico delle rivoluzioni di strada. Quando è moda e moda, mi verrebbe da pesare mutuando Gaber. E Pasolini.

E non accetto queste cose perché rifiuto di lavorare per una "rivoluzione" o una "riforma" della società che continui a perpetrare l'esclusione dei soggetti più deboli. Non accetto la legge del più forte, dal livello micro.

I deboli non sono i poveri, i migranti, le vittime di violenza, i torturati per motivi politci o religiosi, gli omosessuali, i palestinesi, i siriani etc..; ma sono quelli che non hanno merito, che non sanno competere, che non hanno la competenza a competere, che non si adeguano (e non per arte), che sono ingenui. Questi sono i soggetti deboli, secondo me. Ed essi esistono al di là di tutte queste categorizzazioni politiche che si tendono a creare per fini propagandistici e per ridare fiato alle nostre coscienze. Se non fosse "vergognoso" ammetterlo, in una società che anche tra i suoi prodi rivoluzionari gioca a chi ce l'ha più lungo, vi direi che io mi sento un debole. E alla fine ve l'ho detto.

Vivo e vivrò di tutto quello che mi piace, troverò ancora una volta, e come tutti,  nuove strade. Ma di certo vorrei evitare di venirvi ad insegnare la strada per una società più giusta e per un modello politico inclusivo e finalmente felice. Perché per me tutto questo non ha più senso. Il male che, in fondo, cerchiamo di combattere è dentro di noi: ma non in qualità di individui o come prodotti della società; piuttosto in quanto umani. Allora, dato che non possiamo che essere umani, quel male non è un male. E' solo qualcosa che si risolve per caso, di volta in volta e senza nessuna rivoluzione. 
Io non mi sento in grado, ad oggi, di partecipare ad alcuna rivoluzione, né azione culturale. E questo perché se si tratta solo di cambiare la forma, di garantire per un po' nuovi diritti o anche di garantire a tutti la dignità politica, in senso economico e sociale, non mi interessa. O meglio... non mi basta.

Semplicemente, in questo momento, posso lottare contro me stesso per riformarmi e tenermi meno human dei miei ipotetici riferimenti culturali; per imparare a costruire senza ostentare; e per non vergognarmi di essere debole.


domenica 19 agosto 2012

lunedì 2 luglio 2012

Guerra ai siciliani con i droni di Sigonella

Ancora un bellissimo articolo di Antonio Mazzeo, un siciliano che non smette un attimo di fare il suo dovere.

Guerra ai siciliani con i droni di Sigonella
di Antonio Mazzeo
 
Un carosello in cielo, giù c’è Catania, il blu dello Ionio, l’Etna nera con il cocuzzolo perennemente innevato. Due, cinque, otto, dieci interminabili minuti, l’aereo che oscilla, vibra, scende, risale. E il cuore che accelera. Paura di volare? Mai. Ma perché ci sta tanto ad atterrare? E che cavolo! ogni volta la stessa storia. Arrivi in orario ma poi ti fanno girare per mezz’ora su Fontanarossa. E sudi freddo, senti una strana pressione sullo stomaco. Quasi sempre non ti dicono nulla. Non ti spiegano perché. Domenica all’una invece, sul Pisa-Catania, il comandante annuncia che straremo in aria un po’ sino a quando la torre di controllo non ci autorizzerà all’atterraggio. C’è un intenso traffico aereo militare sullo scalo di Sigonella.
Cazzo, ‘sti americani giocano alla guerra perfino all’ora di pranzo e nel giorno del Signore, sdrammatizza il vicino di poltrona già superabbronzato. Beh, sempre meglio di quanto è accaduto a mio zio la scorsa estate. Veniva da Venezia e gli hanno dirottato all’ultimo l’aereo a Punta Raisi. Allora c’erano i war games degli yankees e della NATO, gli ultimi fuochi sulla Libia da liberare. Le spregiudicate manovre dei famigerati aerei senza pilota, gli UAV-spia Global Hawk e i Predator stracarichi di missili e bombe a guida laser.
Da due anni il terzo aeroporto d’Italia come volume di traffico, oltre sei milioni e mezzo di passeggeri l’anno, è asservito alla dronomania della Marina e dell’Aeronautica militare degli Stati Uniti d’America. Atterraggi e decolli ritardati, le attività sospese in pista e nelle piattaforme, timetable che per effetto domino impazziscono in tutto il Continente, gli imprevisti e faticosi dirottamenti su Palermo. Volare da o su Catania vuol dire disagi che si sommano ai disagi, nuovi pericoli che si aggiungono a quelli vecchi. In futuro sarà peggio. Entro il 2015, la grande stazione aeronavale di Sigonella sarà consacrata capitale mondiale degli aerei senza pilota e ospiterà sino a venti Global Hawk e sciami di droni d’attacco e di morte. E Fontanarossa sarà soffocata, imprigionata, asservita alla guerra.
“Sì, il traffico civile subisce certe riduzioni e interferenze per l’attività militare del vicino scalo di Sigonella”, ammette Gaetano Mancini, presidente della Sac, la società che gestisce l’aeroporto etneo. “Tutto però è sotto controllo e mai ci sono stati problemi per la sicurezza dei passeggeri. Negli ultimi mesi la situazione si è poi fatta sicuramente meno pesante”. L’ordine di scuderia è tranquillizzare ed evitare allarmismi. Eppure dall’8 marzo di quest’anno a Fontanarossa sono state sospese tutte le procedure strumentali standard nelle fasi di accesso, partenza e arrivo degli aeromobili, “causa attività degli Unmanned Aircraft”, gli aerei senza pilota in dotazione alle forze armate statunitensi e alleate, come specificato da una nota ai piloti di aeromobili (NOTAM) emessa dalle autorità preposte al controllo del traffico. Le limitazioni dovevano durare sino allo scorso 5 giugno, ma un giorno prima della scadenza dei termini, tre NOTAM distinti dai codici B4048, B4049 e B4050 hanno prorogato la sospensione delle procedure standard sino al prossimo 1 settembre. Anche stavolta il transito dei voli civili, in piena stagione estiva, sarà subordinato alle evoluzioni dei droni. Semaforo giallo anche per i cacciabombardieri e gli aerei radar e da trasporto uomini e mezzi delle forze armate. Un altro avviso, codice M3066/12, ha ordinato infatti la sospensione di tutte le strumentazioni standard al decollo e all’atterraggio nel Sigonella Airport, dal 4 giugno all’1 settembre 2012, anche stavolta per le attività degli Unmanned Aircraft.
La Sicilia trampolino bellico si trasforma in laboratorio sperimentale del piano di iper-liberalizzare lo spazio aereo alle scorribande degli aerei senza pilota. La sicurezza delle popolazioni e dei passeggeri sacrificata all’altare degli interessi economici del complesso militare industriale USA. In Europa e aldilà dell’Atlantico, governi e organismi internazionali sembrano impotenti di fronte all’intollerabile pressing dei produttori di droni. Il business è enorme: secondo gli analisti economici, nei prossimi dieci anni la spesa annua per i sistemi senza pilota crescerà da 6,6 ad 11,4 miliardi di dollari e ci sarà pure un’ampia espansione anche in ambito civile. Solo in riferimento alla tipologia degli UAV ospitati pure a Sigonella (gli RQ-4 Global Hawk, gli MQ-9 Reaper e gli MQ-1 Predator), il Pentagono vuole portarli dagli attuali 340 a 650 nel 2021. Ognuno di essi ha costi insostenibili. Ogni falco globale di US Air Force, quello più vecchio, costa 50 milioni di dollari (in Sicilia ce ne saranno presto cinque). Gli altri cinque UAV previsti per Sigonella con il programma Allied Ground Surveillance (AGS) di sorveglianza terrestre della NATO, costeranno complessivamente 1,7 miliardi di dollari. Spesa record di 233 milioni a drone per la versione Global Hawk acquistata dalla Marina USA nell’ambito del programma Broad Area Maritime Surveillance (BAMS) che vedrà ancora la Sicilia piattaforma avanzata per i raid in Africa, Medio Oriente e sud-est asiatico.
Due anni fa, senza che sia stato ancora disciplinato l’impiego degli aeromobili a pilotaggio remoto nel sistema del traffico aereo europeo, l’Aeronautica militare e l’Ente nazionale per l’aviazione civile (Enac) hanno siglato un accordo tecnico per consentire l’impiego dei Global Hawk di Sigonella nell’ambito di spazi aerei “determinati” (terminologia del tutto nuova rispetto a quella in uso nei NOTAM dove gli spazi sono proibiti, pericolosi o limitati). In linea teorica si annuncia l’adozione di procedure di coordinamento tra autorità civili e militari “tese a limitare al massimo l’impatto sulle attività aeree civili” e “nel rispetto dei principi della sicurezza del volo”, anche se poi si ammette che per le operazioni “connesse a situazioni di crisi o di conflitto armato”, l’impiego dei droni non sarà sottoposto a limitazioni di alcun genere. Nel Mediterraneo cronicamente in fiamme è come dare illimitata libertà di azione ai falchi globali e ai predatori del cielo e del mare.
I velivoli telecomandati rappresentano un rischio insostenibile per il traffico civile e le popolazioni che risiedono nelle vicinanze degli scali utilizzati per le manovre di decollo e atterraggio”, denunciano gli attivisti della Campagna per la smilitarizzazione di Sigonella. “Negli Stati Uniti d’America il tasso degli incidenti agli aerei senza pilota è nettamente superiore a quello dell’aviazione generale e di quella commerciale, come più volte sottolineato dalla Federal Aviation Administration, l’amministrazione responsabile per la gestione delle attività nello spazio aereo nazionale”. Il 15 luglio 2010, durante un’audizione alla Commissione per la sicurezza pubblica interna del Congresso, la vicepresidente della FAA ha espresso forti perplessità su una “rapida e piena integrazione” dei sistemi senza pilota nel traffico aereo generale, così come auspicato dal Pentagono e dal presidente Obama. “Molti dei dati a nostra disposizione arrivano solo dalla Customs and Border Protecion (CPB) che pattuglia i nostri confini”, spiega la Federal Aviation Administration. “Essi ci rivelano che i ratei di incidenti degli UAS sono molto grandi. Dall’anno fiscale 2006 alla data del 13 luglio 2010, ad esempio, la CPB ha riferito un tasso incidentale grave di 52,7 ogni 100.000 ore di volo, cioè oltre sette volte più alto di quello dell’aviazione generale e 353 volte più elevato di quello dell’aviazione commerciale. Non si deve poi dimenticare che il numero di ore di volo denunciato, 5.688, è molto basso rispetto a quello che viene solitamente considerato in aviazione per fissare i dati sulla sicurezza e gli incidenti…”.
Un recentissimo report di Bloomberg, la maggiore società statunitense di analisi del mercato economico e finanziario, ha messo il dito nella piaga droni. Da quando sono operativi con US Air Force, Global Hawk, Preador e Reaper hanno subito 129 incidenti in cui i danni hanno comportato una spesa superiore ai 500.000 dollari o è avvenuta la distruzione del velivolo in missione. “Questi tre tipi di UAV sono quelli con il maggior tasso d’incidente di tutta la flotta aerea militare”, scrive Bloomberg. “Insieme hanno cumulato 9,31 incidenti ogni 100.000 ore di volo, tre volte in più degli aerei con pilota”. Il Global Hawk, da solo, ha un tasso di 15,16.
“Effettivamente il rateo d’incidenti dei sistemi aerei senza pilota (UAS) non è incoraggiante”, ammette il maggiore dell’aeronautica, Luigi Caravita, autore di un approfondito studio sui droni pubblicato dal Centro Militare di Studi Strategici (Cemis). “La mancanza di una capacità matura di sense & avoid (senti ed evita) verso altro traffico può diventare ancor più critica se associata alla vulnerabilità o alla perdita del data link tra segmento di terra e segmento di volo: in più di un occasione un Predator è stato perso a seguito d’interruzione del data link”, spiega il maggiore. “Ad oggi gli UAS militari non sono autorizzati a volare, se non in spazi aerei segregati, perché non hanno una banda aeronautica protetta, non sono ancora considerati sufficientemente affidabili, non hanno ancora totalizzato un numero di ore di volo sufficiente da costituire un safety case rappresentativo e convincente, non è stata ancora dimostrata adeguata resistenza da attacchi di cyber warfare”.
Analoghe considerazioni sono state fatte dal comando generale di US Air Force nel documento che delinea la visione strategica sull’utilizzo di questi sistemi di guerra (The U.S. Air Force Remotely Piloted Aircraft and Unmanned Aerial Vehicle - Strategic Vision). “I velivoli senza pilota sono sensibili alle condizioni ambientali estreme e vulnerabili alle minacce rappresentate da armi cinetiche e non cinetiche”, scrivono i militari statunitensi. Per questo Eurocontrol, l’organizzazione per la sicurezza del traffico aereo a cui aderiscono 38 stati europei, ha stabilito nel marzo 2010 alcune linee guida per la gestione del traffico aereo dei falchi globali destinati allo scacchiere continentale. In particolare, si raccomanda d’isolare i droni-spia da altri usuari dello spazio aereo. “Dato che i Global Hawk non possiedono certe capacità, come il sense and avoid, è necessario che i decolli e gli atterraggi avvengano in spazi aerei segregati dai livelli normalmente utilizzati dai convenzionali aerei con pilota, mentre le missioni di crociera dovranno essere effettuate ad altitudini non occupate da essi”. Nel caso di Catania-Fontanarossa, scalo a meno di una decina di km in linea d’aria da Sigonella, le raccomandazioni di Eurocontrol sono solo carta straccia.  
Sulle scellerate scelte USA e NATO d’installare i Global Hawk in Sicilia è intervenuto uno dei massimi esperti dell’aviazione italiana, il comandante Renzo Dentesano, pilota per quarant’anni dell’Aeronautica ed Alitalia, poi consulente del Registro aeronautico e perito per diverse Procure nei procedimenti relativi ad incidenti aerei. “Questi aeromobili militari saranno in grado di partire e tornare alla base siciliana dopo aver compiuto missioni segrete e pericolose, delle quali nessuno deve saper nulla, onde poter effettuare con successo i loro compiti di sorveglianza e spionaggio”, scrive Dentesano. “È pur vero che nei loro piani d’impiego è previsto che il Comando che li utilizzerà abbia tutte le informazioni necessarie in merito al traffico che interessa lo spazio aereo nelle loro traiettorie, invece, le autorità civili non sapranno nulla di quanto programmato e qualche Controllore avvisterà sugli schermi radar del traffico che sarà etichettato come sconosciuto, del quale quindi ignoreranno sia le intenzioni che le manovre e le traiettorie”.
“Questo tipo di ricognitori, concepiti appunto per missioni troppo rischiose per essere affidate a mezzi con a bordo degli esseri umani, nonostante tutte le misure di security di cui sono dotati i loro ricevitori di bordo, possono essere interferiti da segnali elettronici capaci di penetrare nei loro sistemi di guida e controllo, in modo da causarne la distruzione”, aggiunge Dentesano. “Il Global Hawk, come pure il Predator, non risultano in grado di assicurare l’incolumità del traffico aereo civile. Essi non sono in grado di variare la loro traiettoria di volo in senso verticale, salendo o scendendo di quota, come la situazione per evitare una collisione prontamente richiederebbe. E la sola variazione della direzione di moto, rimanendo alla stessa altitudine, potrebbe non bastare ad evitare un disastro che coinvolga un traffico civile”.
L’allarme è stato lanciato da tempo ma Governo, Regione ed enti locali non vedono, non sentono, non parlano. Il DC 9 abbattuto da un missile nel cielo di Ustica, il 27 giugno di 32 anni fa, è un ricordo sbiadito. Con i droni liberi di planare sulle teste dei siciliani è scattato il count down per l’ennesima strage di stato.
 
Articolo pubblicato in I Siciliani giovani, n. 6, giugno 2012.

martedì 26 giugno 2012

Aerei senza pilota all’assalto dei cieli della Sicilia occidentale

pubblico anche qui un articolo di Antonio..
Aerei senza pilota all’assalto dei cieli della Sicilia occidentale
di Antonio Mazzeo
 
Disagi e limitazioni al traffico aereo per tutta l’estate nell’aeroporto di Trapani Birgi, causa le supersegrete operazioni dei droni schierati a Sigonella dalle forze armate USA e NATO. Secondo quanto rilevato dall’associazione antimafie “Rita Atria”, la mattina dell’1 giugno sono state emesse tre notificazioni ai piloti di aeromobili (NOTAM) in transito dallo scalo trapanese che impongono la sospensione delle procedure strumentali standard nelle fasi di accesso, partenza e arrivo degli aerei, dall’1 giugno al 29 agosto 2012. I NOTAM, distinti rispettivamente con i codici B3990, B3991 e B3992, specificano che le sospensioni sono dovute all’“attività degli Unmanned Aircraft”, gli aerei senza pilota utilizzati per le operazioni di spionaggio, guida di attacchi aerei e lancio di bombe teleguidate e missili.
Proprio a causa dei pericolosissimi decolli ed atterraggi di Global Hawk, Predator e Reaper nella stazione aeronavale di Sigonella, dall’8 marzo scorso e fino all’1 settembre anche i piloti in transito dallo scalo di Catania-Fontanarossa, il terzo come volume passeggeri di tutta Italia, devono rispettare procedure molto più complesse per evitare il rischio collisione con i velivoli teleguidati. Forse per i sempre più impetuosi venti di guerra in Siria e Iran, forse per l’intensificazione dei voli-spia nel Tirreno, in nord Africa e in Somalia, il pericolo droni si estende ai cieli della Sicilia occidentale. E lo scalo di Trapani Birgi ne fa le spese.
“C’è bisogno di trovare ed inventare strade per portare efficacemente davanti all’Alta Corte Costituzionale, ultimo presidio a difesa della Democrazia, le leggi estranee alla natura e cultura della Costituzione, come quella n.178 del 14 Luglio 2004 che regola l’uso dei velivoli senza pilota militari nello spazio aereo nazionale”, commenta l’associazione “Rita Atria”. “Quella legge anzitutto mente, perché parla di droni che sarebbero di pertinenza delle nostre forze armate mentre tali tipi di armamenti sono gestiti direttamente ed esclusivamente dagli statunitensi. Con questa menzogna i legislatori hanno ritenuto di potersi sottrarre all’obbligo di concordare parità di condizioni per poter consentire a limitazioni alla propria sovranità, come recita l’art. 11 della Costituzione. E l’automatica limitazione dell’attività aerea civile, in aree impegnate da voli senza pilota, costituisce una insopportabile limitazione di sovranità ove non sia finalizzata con chiarezza alla costruzione di un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni”.
Quello di Trapani Birgi è un aeroporto classificato come “militare aperto al traffico aereo civile”, così tutti i servizi di assistenza al volo agli aerei civili che atterrano e decollano dall’aerostazione “Vincenzo Florio” sono forniti dal personale dell’Aeronautica. La preponderante vocazione militare dello scalo risale comunque al 1° ottobre 1984, quando per rafforzare il fianco sud dell’Alleanza Atlantica, vi fu costituito il 37° Stormo dell’Aeronautica insieme  al 18° Gruppo volo dotato di cacciabombardieri F-104. Successivamente fu insediato anche l’82° Centro CSAR (Combat Search and Rescue), uno dei reparti del 15° Stormo CSAR di Cervia (Ravenna) equipaggiato con gli elicotteri HH-3F, con compiti di ricerca e soccorso degli equipaggi di volo in difficoltà e di dispersi in mare o in montagna, trasporto sanitario d’urgenza e soccorso di traumatizzati gravi. Dalla seconda metà degli anni Ottanta, Trapani Birgi è pure una delle basi operative avanzate (FOB) degli aerei-radar E-3A AWACS nell’ambito del programma multinazionale NATO Airborne Early Warning Force per la sorveglianza integrata dello spazio aereo, il cui comando generale è ospitato a Geilenkirchen (Germania).
Sino allo scorso 23 maggio, il 18° Gruppo dell’AMI ha operato da Trapani con i cacciabombardieri F-16 “Fighting Falcon”, ottenuti in leasing nel giugno 2003 dagli Stati Uniti con il programma Peace Caesar. “Il programma nasceva dalla necessità dell’Aeronautica di dotarsi di un velivolo caccia in attesa dell’ingresso in servizio del nuovo Eurofigther 2000 Typhoon”, spiega in una nota il Ministero della difesa italiano. Peace Caesar prese avvio il 15 marzo 2001 con la firma tra Italia e Stati Uniti del Foreign Military Sale, un contratto che prevedeva il pagamento delle sole ore di volo (45.000), fino al 2010, di 34 caccia F-16 di proprietà US Air Force. Il contratto imponeva inoltre il coinvolgimento nella manutenzione dei velivoli di personale italiano e statunitense e l’addestramento di piloti e tecnici dell’Aeronautica presso il 162nd Tactical Fighter Wing dell’Air National Guard a Tucson (USA). Nel 2009 il programma è stato prorogato sino al primo semestre 2012 e il totale delle ore di volo è stato esteso a 47.800. Con piena soddisfazione di Washington che ha rafforzato la sua posizione politica e finanziaria di fronte al partner-cliente italiano.  
“Durante i nove anni di attività in Italia, i caccia F-16 sono stati impiegati quotidianamente per la difesa dello spazio aereo nazionale”, afferma il Ministero della difesa. “I velivoli sono stati impiegati pure in occasione dei grandi eventi svolti in Italia negli ultimi anni come, ad esempio, durante l’inaugurazione del pontificato di Benedetto XVI (Operazione Jupiter, aprile 2005), in occasione delle olimpiadi invernali di Torino 2006 e nel 2009 durante l’operazione militare interforze Giotto per il dispositivo di sicurezza del summit G8 tenutosi a L’Aquila”.
Ancora più significativi gli interventi bellici dei mezzi e degli uomini del 37° Stormo di Trapani Birgi. Nel 1986, durante la prima crisi con la Libia, il reparto ha assicurato la “scorta degli aerei civili diretti nelle isole minori, nonché la protezione delle navi impegnate nell’area”. Gli F-16 del 18° Gruppo sono stati poi ampiamente utilizzati durante l’operazione Allied Force in Kosovo nel 1999 e, lo scorso anno, nelle azioni di guerra in Libia, prima sotto il comando di US Africom (Odyssey Dawn) e poi della NATO (Unified Protector). Nella prima fase del conflitto libico, nello specifico, sono stati assegnati al Gruppo di Trapani i compiti di “protezione e scorta delle missioni di soppressione delle difese aeree nemiche (SEAD)” e di “offensiva contro-aerea (OCA)”. Successivamente, sono giunte le missioni di “protezione di assetti di alto valore strategico (principalmente aerei rifornitori ed aerei radar AWACS), ricerca ed intercettazione di elicotteri e di aerei a bassa velocità, implementazione della No Fly Zone, difesa aerea”.
L’aeroporto di Trapani è stato sicuramente quello più impegnato nelle operazioni di guerra in Libia. Le attività alleate sono iniziate il 19 marzo 2011 e sono proseguite senza soluzione di continuità fino al 31 ottobre, anche se alcune componenti aeree sono rimaste operative a Birgi sino al successivo 14 dicembre, giorno in cui si è tenuta la cerimonia ufficiale di chiusura dell’operazione Unified Protector. “A Trapani sono confluiti tutti i supporti, uomini e donne, inviati dagli altri reparti dell’Aeronautica Militare per garantire la sostenibilità delle operazioni in modo continuo, e per questo è stato costituito il Task Group Air Birgi, un’unità dedicata alla gestione delle missioni della componente aerea italiana, che si è avvalsa del supporto tecnico e logistico del 37° Stormo per la preparazione e la condotta dei voli”, ricorda il Ministero della difesa. “I servizi e i supporti sono stati allo stesso modo assicurati anche alle altre componenti NATO rischierate sulla base e hanno compreso, sette giorni su sette, ventiquattro ore al giorno, l’assistenza tecnica a terra, il rifornimento di carburante, il controllo del traffico aereo, il servizio meteorologico, quello antincendio, l’assistenza sanitaria, il servizio di sicurezza, oltre all’alloggiamento e il vettovagliamento per tutto il personale presente”.
Nei sette mesi di attività, il Task Group Air Birgi ha totalizzato quasi 1.700 missioni per un totale di oltre 6.700 ore di volo operate con gli F-16 del 37° Stormo, i caccia intercettori Eurofighter del 4° Stormo di Grosseto e del 36° Stormo di Gioia del Colle (Bari), i cacciabombardieri Tornado IDS del 6° Stormo di Ghedi (Brescia) ed ECR del 50° Stormo di Piacenza e gli AMX del 32° Stormo di Amendola (Foggia) e del 51° Stormo di Istrana (Treviso). Nel corso delle operazioni, i velivoli AMI hanno sganciato in Libia più di 500 tra bombe e missili da crociera a lunga gittata. Dal Task Group Air Birgi è dipeso infine l’utilizzo degli aerei senza pilota Predator B schierati nello scalo pugliese di Amendola.
Per tutto il corso del conflitto, a Trapani sono stati schierati pure sette caccia F-18 Hornet, due velivoli tanker C-150T e due CP-140 Aurora per la guerra elettronica delle forze armate canadesi, tre velivoli E-3A AWACS della NATO e due AWACS e due aerei da trasporto VC-10 Vickers dell’aeronautica britannica. Dallo scalo siciliano sono transitati pure 300 aerei cargo e circa 2.000 tonnellate di materiale a disposizione della coalizione alleata. Stando alle stime ufficiali, la NATO avrebbe lanciato da Trapani quasi il 14% dei blitz aerei contro obiettivi libici. Un vero primato di morte.  
A causa delle prolungate operazioni belliche in nord Africa, il traffico civile di Trapani Birgi ha subito una drastica riduzione. Solo nel mese di maggio 2011, la compagnia aerea low cost Ryanair è stata costretta a cancellare 72 voli. “Nello stesso mese, la limitazione imposta dallo Stato Maggiore dell’Aeronautica si è tradotta in un 20% in meno nel traffico passeggeri e in un 16% in meno nei movimenti dei velivoli”, ha dichiarato AirGest, la società che gestisce lo scalo. Oltre agli enormi disagi per i passeggeri, la ipermilitarizzazione di Trapani Birgi dello scorso anno ha causato il crollo verticale dei profitti delle compagnie aeree e delle presenze turistiche e pesanti effetti sul fronte occupazionale. I 70 dipendenti a tempo indeterminato dello scalo hanno rischiato di essere messi in mobilità mentre ad alcuni dei lavoratori a tempo determinato ed interinali è stato negato il rinnovo dei contratti. Tagli pure tra il personale adibito ai servizi aeroportuali (bar e ristorazione, pulizia, noleggio auto, taxi, ecc.). Con i droni USA e NATO perennemente in rotta sui cieli del trapanese, le condizioni economiche e occupazionali di centinaia di lavoratori siciliani potrebbero ulteriormente peggiorare.

sabato 23 giugno 2012

andatevene tutti a fare in culo.



saranno 10 anni che ogni mattina del mio compleanno vedo l'alba. E  non vuol dire un cazzo. E odio questo mondo e questa società. Ma soprattutto odio me stesso.

martedì 22 maggio 2012

Introduzione ad una riflessione sulla politica


Un tempo mi avrebbe entusiasmato l'elezione di un sindaco di Rifondazione Comunista in Sicilia... com'è accaduto a Palagonia (CT). Oggi, invece, penso che serva a poco - rispetto ad un disegno di reale cambiamento - ed assuma un valore differente da quello che è avvertito: è utile a svelare il malcontento della gente ed a sfatare il mito che la politica sia solo un affare per i moderati e gli pseudo-riformisti; è indice del disorientamento e della lesione del sistema. Ma ponendo la stessa rifondazione comunista quale forza moderata e conservatrice (quantomeno perché è un partito parlamentarista e, pure predicandone una ipotetica forma "radicale", riformista), neppure quella che appare come una "rivoluzione", ed è chiacchierata nei dibattiti politici di sistema quale vittoria radicale, potrà mai esserlo davvero.
Bene... la politica oggi non si decide, realmente, a livello dello Stato e delle istituzioni - anzi, potremmo dire che nelle istituzioni si "sdecide", vista la tendenza a ridurre la legislazione sociale - ma viene stabilita da qualcosa di altro. Il mercato capitalistico è una prima risposta, ma decisamente incompleta [e dovremmo approfondire]. In sostanza però possiamo notare e sentire un insieme di “forze” che ai nostri giorni inibiscono l'azione politica tradizionale ed impediscono alla Decisione di generarsi nei "luoghi" della politica fin'ora riconosciuti... come i Consigli e le giunte comunali, le assemblee regionali ma anche i parlamenti nazionali e i governi. E nemmeno le istituzioni politiche sovranazionali svolgono il ruolo di "decisori" delle politiche nel senso moderno del termine. 
Eccoci: partiti che vivono incongruenze ideologiche (chi da decenni, come i partiti comunisti; chi da meno tempo come i movimenti populisti); voglia di cambiamento e voglia di politica; e... incapacità a coprendere cos'è e dove si trova la politica oggi.
Viviamo nel tempo in cui la letteratura sociologica e politologica invita a rimettere in discussione tutte le categorie: dall'identità, alla comunità, alla cittadinanza, ai luoghi, allo spazio, passando per lo Stato ed il mercato. Tutte queste parole, che sottendono costruzioni ben precise della modernità, diventano sempre meno adatte a raccontare il presente. Evidentemente, se è ipotizzabile che diventi inutile parlare di identità [Bauman, 2004] poiché sono molteplici la variazioni che un individuo, un gruppo, un fenomeno o un oggetto subiscono durante la loro esistenza nell'età dei consumi, potremmo arrivare persino a postulare, nel nostro presente, forme della politica decisamente innovative... fatte di "strumenti" ancora non codificati. E certamente siamo invitati ad aprire gli occhi ancora di più, fino alla "rottura dei limiti di compatibilità di sistema" - espressione usata dal Melucci per spiegare lo "statu nascendi" dei movimenti che qui ampliamo fino alle estreme conseguenze - e quasi come nella riedizione dell'incipit di un celebre cortometraggio di Luis Buñuel e Salvador Dalì.
Affermare che stiamo vivendo una fase molto matura della cosiddetta "globalizzazione" è, dunque, la chiave di volta di tutto il discorso. Come farà il “rivoluzionario” sindaco di Palagonia a cambiare le sorti di quella che ormai non è più nemmeno una "comunità" in senso tradizionale - nell'era di internet, dell'abbattimento dei confini e delle distanze, nel tempo della libertà di circolazione e del graduale mescolamento delle culture - e mentre il lavoro stesso (la piaga più grave oggi avvertita) ha cambiato il suo valore nel quadro della regolazione sociale e, per altro, è determinato da leggi molto più grandi delle nostre Costituzioni e della nostra buona volontà di creare “nuovi posti di lavoro”? Come si creano i posti di lavoro, se, per altro, non sfuggendo all'ordine legale, non viene ripudiato il capitalismo? E l'opposizione alle tasse.... la si gestisce solo come un fenomeno di ribellione agli abusi di gruppi ai quali manca, d'improvviso, un riconoscimento? E poi... basterà riempirsi la bocca di slogan sui “beni comuni” e far vincere le elezioni ai paladini di questi ultimi... a rendere questi beni davvero comuni? Esistono, è vero, pratiche di buona politica; o meglio esistono pratiche buone di “alleggerimento” rispetto alla società capitalistica. Ma, se ci si pensa bene, si tratta di fenomeni ingannevoli: da un lato pongono in essere politiche apparentemente oculate indirizzate verso il risparmio, la fine della corruzione, il taglio dei privilegi della classe dirigente; dall'altro proclamano gli ideali di bene comune con formule astratte e spacciano il riformismo per la rivoluzione. Ci sarebbe da dire che i privilegi e la corruzione sono esistiti ed esistono per una qualche ragione, ed hanno avuto conseguenze che nessuno accetta di riconoscere come “positive”, ma che, nel senso comune, lo sono. Per cui togliendo la stampella (se è una di quelle importanti) bisognerà star attenti che il malato non rovini miseramente per terra; vale a dire chiedersi se affidare alla legalità, con la morale della meritocrazia, anche gli ultimi territori liberi... non sia peggio che andar di notte! In termini ancora più spiccioli: lo Stato, la legalità odierna, possono oggi rappresentare la via di uscita dai problemi delle nostre società? Oppure proprio lo Stato e la legalità divengono irriconoscibili, in quanto promotori di interessi che si trovano in opposizione agli ideali delle avanguardie, ed alle spinte che, in qualche modo, sono espresse dal popolo? Staremmo parlando, in tal caso, dello sganciamento della “legalità” dalla “legittimità” prevalente, dove la legalità esprime il disegno di una società capitalista e la legittimità prevede l'avversione a questo disegno e, come antidoto, l'eversione.
Insomma potrei continuare per ore... ma il punto è stato centrato: come si fa a mutare una legalità (che adotta inevitabilmente dei dogmi, dei valori assoluti) attraverso la legalità? E come procedere quando, addirittura, essa non è più strettamente collegata alle dinamiche dell'ormai ex stato-nazione?

Sebastian Recupero

venerdì 18 maggio 2012

Torniamo a parlare un po' di mafia

Ieri si è svolto a Roma un incontro tra un gruppo di studenti universitari e Pino Maniaci, ideatore della TV comunitaria anti-mafia Telejato. Lungi da me fare una cronaca della giornata, motivo per il quale non mi soffermerò in dettagli puramente giornalistici, considero più interessante soffermarmi sugli spunti di riflessione che l'incontro mi ha fornito.
Diventa sempre più chiaro che in Sicilia non esista "l'antimafia" quanto piuttosto "le antimafie", dal momento che esiste una forte diversità sia nella concezione della mafia sia nelle forme adottate nel combatterla.
Un discorso a parte andrebbe fatto per l'antimafia istituzionale, un abbinamento di termini che sembra stia diventando sempre più un ossimoro. Ma in questo frangente mi soffermerò essenzialmente sulla cosiddetta antimafia sociale.

Stando a Pino Maniaci in Sicilia sembrerebbe stia avvenendo una sorta di "rifiuto collettivo" della mafia, che mette in grande difficoltà gli uomini d'onore in coppola e lupara costringendo l'organizzazione criminale nel suo complesso a "trasferirsi" in aree in cui prima non era presente, e la cui popolazione non ha quindi sviluppato gli "anticorpi" che pare siano ormai presenti invece nel "sistema immunitario" della società siciliana. Ma anche qui ci sono parecchie cose da dire.
Intanto, cos'è la mafia?
Sicuramente dire che la mafia è un'organizzazione criminale è limitativo, molto limitativo. C'è troppo altro. Maniaci parlava di poche migliaia di mafiosi a fronte di milioni di siciliani, ovvero una netta minoranza. Ma il discorso regge?
La mafia in Sicilia ha spesso avuto un ruolo sociale non indifferente, ha caratterizzato lunghi tratti della nostra storia e indirettamente continua ancora a farlo. La (quasi religiosa) devozione nei confronti della figura del cosiddetto uomo d'onore, che per certi versi ancora continua in altre forme rispetto al passato, non è saltata sicuramente fuori dal nulla, è frutto di una lunga costruzione sociale di tale figura.
Quindi denunciare il "mafioso" senza coinvolgere nella denuncia anche quel sistema sociale che lo crea e lo legittima diventa un'opera (per quanto meritevole di rispetto, in quanto Pino Maniaci rischia la sua stessa vita nella sua azione, così come l'intera sua famiglia, che collabora ai servizi di Telejato) quasi "marginale" rispetto a quella che è la reale portata del problema della mafia in Sicilia.
Poi bisogna anche considerare dei fattori, magari molto scomodi, che però è impossibile ignorare.
Il vuoto lasciato dallo Stato nelle regioni meridionali del nostro Paese ha permesso alle organizzazioni mafiose di essere, per lunghi periodi, l'unico punto di riferimento reale dei cittadini di quei luoghi.

Paradossalmnte la mafia ha svolto in Sicilia quelle funzione proprie di una qualsiasi macchina statale, seppure con metodi "alternativi".
Parlo di controllo del territorio, mantenimento dell'ordine, sviluppo economico arrivando perfino a svolgere il ruolo di "ammortizzatore sociale", dotandosi di un proprio "apparato burocratico" e di una propria "forza militare". Uno Stato nello Stato.
Il metodo utilizzato non è differente da quelli delle varie dittature tipiche dei paesi che potremmo definire "a sviluppo capitalistico arretrato", dove la necessità di mantenere il potere porta ad un utilizzo sistematico della violenza in quanto tale potere non è abbastanza saldo da potersi permettere il lusso della democrazia.
In poche parole, lo Stato italiano (per vari motivi) ha abbandonato politicamente al suo destino il Sud, e quest'ultimo si è organizzato per i fatti suoi. La tanto decantata autonomia siciliana ce l'abbiamo avuta, in un modo o nell'altro. E dato che la Sicilia non è estranea alle leggi universali che regolano i processi di sviluppo capitalistico, la forma di potere che qui si è creata era la più idonea al livello raggiunto dalle forze produttive nella nostra terra. Ovviamente i distinguo da fare sono parecchi, me ne rendo conto, soprattutto per il fatto che questa forma di potere nasceva in un terreno estraneo a quello istituzionale, col quale finiva inesorabilmente per entrare in conflitto, ma le dinamiche generali restano le stesse. Lo Stato e la Mafia agivano come "forze concorrenti", in una terra non ancora pronta per la democrazia di stampo liberale.

Tutto questo ha creato un profondo radicamento della "cultura mafiosa" che ancora oggi è difficile estirpare, e la prova più evidente si ha quando il siciliano medio (non vi incazzate ma è così, parlo per esperienza diretta) ha meno diffidenza nel mafioso nostrano piuttosto che nella politica istituzionale che fa capo a Roma, e l'antimafia, di qualunque stampo, credo sia costretta a tenere sempre a mente questo "dettaglio" fondamentale, se no è una lotta contro i mulini a vento.

Ci sarebbero ancora tante, troppe cose da dire sull'argomento, ma la lunghezza di quanto già scritto mi suggerisce di trattarle magari in un prossimo post.

Giuseppe.