martedì 15 gennaio 2013

piacere mio.

<<[...] E nei baci, che dolcezza profonda! Ci sono bocche di donne le quali paiono accendere d'amore il respiro che le apre. Le invermigli un sangue ricco più d'una porpora o le geli un pallor d'agonia, le illumini la bontà d'un consenso o le oscuri un'ombra di disdegno, le dischiuda il piacere o le torca la sofferenza, portano sempre in loro un enigma che turba gli uomini intellettuali e li attira e li captiva. Un'assidua discordia tra l'espression delle labbra e quella degli occhi genera il mistero; per che un'anima duplice vi si riveli con diversa bellezza, lieta e triste, gelida e passionata, crudele e misericorde, umile e orgogliosa, ridente e irridente; e l'ambiguità suscita l'inquietudine nello spirito che si compiace delle cose oscure. Due quattrocentisti meditativi, perseguitori infaticabili d'un Ideale raro e superno, psicologi acutissimi a cui si debbon forse le più sottili analisi della fisionomia umana, immersi di continuo nello studio e nella ricerca delle difficoltà più ardue e de' segreti più occulti, il Botticelli e il Vinci, compresero e resero per vario modo nell'arte loro tutta l'indefinibile seduzione di tali bocche.
 
Ne' baci d'Elena era, in verità, per l'amato, l'elisir sublimissimo. Di tutte le mescolanze carnali quella pareva loro la più completa, la più appagante. Credevano, talvolta, che il vivo fiore delle loro anime si disfacesse premuto dalle labbra, spargendo un succo di delizie per ogni vena insino al cuore; e, talvolta, avevano al cuore la sensazione illusoria come d'un frutto molle e roscido che vi si sciogliesse. Tanto era la congiunzion perfetta, che l'una forma sembrava il natural complemento dell'altra. Per prolungare il sorso, contenevano il respiro finché non si sentivan morire d'ambascia, mentre le mani dell'una tremavan su le tempie dell'altro smarritamente. Un bacio li prostrava più d'un amplesso. Distaccati, si guardavano, con gli occhi fluttuanti in una nebbia torbida. Ed ella diceva, con voce un po' roca, senza sorridere:- Moriremo.
Talvolta, riverso, egli chiudeva le palpebre aspettando. Ella, che conosceva quell'artifizio, chinavasi sopra di lui con meditata lentezza, a baciarlo. Non sapeva l'amato dove avrebbe ricevuto quel bacio ch'egli, nella sua volontaria cecità, vagamente presentiva. In quel minuto d'aspettazione e d'incertezza, un'ansia indescrivibile gli agitava tutte le membra, simile nell'intensità al raccapriccio d'un uomo bendato che sia sotto la minaccia d'un suggello di fuoco. Quando infine le labbra lo toccavano, frenava a stento un grido. E la tortura di quel minuto gli piaceva; poiché non di rado la sofferenza fisica nell'amore attrae più della blandizia. Elena anche, per quel singolare spirito imitativo che spinge gli amanti a rendere esattamente una carezza, voleva provare. - Mi sembra - diceva ad occhi chiusi - che tutti i pori della mia pelle sieno come un milione di piccole bocche anelanti alla tua, spasimanti per essere elette, invidiose l'una dell'altra...
Egli allora, per equità, si metteva a coprirla di baci rapidi e fitti, trascorrendo tutto il bel corpo, non lasciando intatto alcun minimo spazio, non allentando la sua opera mai. Ella rideva, felice, sentendosi cingere come d'una veste invisibile; rideva e gemeva, folle, sentendo la furia di lui imperversare; rideva e piangeva, perduta, non potendo più reggere al divorante ardore. Poi, con uno sforzo repentino, faceva prigione il collo di lui fra le sue braccia, l'allacciava con i suoi capelli, lo teneva, tutto palpitante, simile a una preda. Egli, stanco, era contento di cedere e di rimaner così presto in quei vincoli. Guardandolo, ella esclamava: - Come sei giovine! Come sei giovine!
La giovinezza in lui, contro tutte le corruzioni, contro tutte le dispersioni, resisteva, persisteva, a somiglianza d'un metallo inalterabile, d'un aroma indistruttibile. Lo splendor sincero della giovinezza era, appunto, la qualità sua più preziosa. Alla gran fiamma della passione, quanto in lui era più falso, più tristo, più arteficiato, più vano, si consumava come un rogo. Dopo la resoluzion delle forze, prodotta dall'abuso dell'analisi a dall'azion separata di tutte le sfere interiori, egli tornava ora all'unità delle forze, dell'azione, della vita; riconquistava la confidenza e la spontaneità; amava e godeva giovenilmente.
Certi suoi abbandoni parevano d'un fanciullo inconsapevole; certe sue fantasie erano piene di grazia, di freschezza e di ardire.
- Qualche volta - gli diceva Elena - la mia tenerezza per te si fa più delicata di quella d'un amante. Io non so... Diventa quasi materna.
Andrea rideva, perché ella era maggiore appena di tre anni.
- Qualche volta - egli diceva a lei - la comunione del mio spirito col tuo mi par così casta ch'io ti chiamerei sorella, baciandoti le mani.
Queste fallaci purificazioni ed elevazioni del sentimento avvenivano sempre nei languidi intervalli del piacere, quando sul riposo della carne l'anima provava un bisogno vago d'idealità [...]>>.



G. D'Annunzio, Il Piacere

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